Il vinile puzza

Ora, quelli che sanno che di mestiere faccio il chimico potrebbero non sorprendersi da questa affermazione. Ma qui io non mi sto riferendo al cloruro di vinile, polimero o monomero. O meglio vorrei parlare di una particolare forma del Cloruro di Polivinile (PVC, per gli amici), quella cosa per cui “vinile” è una metonimia, il materiale per l’oggetto.

Si, i dischi in vinile (amichevolmente), quelli oggetti circolari su cui è incisa la musica, sono tornati prepotentemente di moda. Fior di conduttori radiofonici e musicofili hanno scoperto che per farci sentire in colpa nell’ascolto della musica, dovremmo tutti riconvertirci all’epoca dei giradischi (o piatti), quando per ascoltare un disco dovevi amarlo a comprare scegliendolo tra centinaia di altri in un contenitore perlopiù cubico aperto sopra dove erano infilati per lungo, muovere indice e medio per sfogliarlo come fossero pagine di un libro in verticale, poi arrivare a casa (perché i giradischi portatili erano scomodi ma c’erano per i 45 giri, quelli piccoli), metterei appunto sul piatto, prendere il braccio ed appoggiare la testina sulla parte esterna del disco, dove cominciava il solco. Chi, tra voi che state leggendo, ha meno di 20-25 anni  non avrà idea di quello che sto dice do, ma fidatevi, ascoltare la musica era così. La moda del vinile è una di quelle situazioni per cui una cosa popolare, come ascoltare la musica, deve essere elevato ad un altro rango, in modo che qualcuno possa distinguersi pur facendo quello che fanno milioni di altri esseri simili ma dai quali ci si vuol distinguere.

Ma ve lo ricordate cosa successe a metà degli anni ’80 quando arrivarono i CD? Vi ricordate di quanto ci stupimmo della qualità dell’audio che usciva da quei cosi al posto del gracchiare e dei fruscii che uscivano dai vinili, della possibilità che si graffiassero, saltassero, si incurvassero e che i CD fecero diventare solo un timido ricordo?

Certo, poi arrivò l’era dell’mp3, con una qualità audio inferiore dovuta alla compressione, al fatto che per far occupare poco spazio al file digitale si dovessero eliminare certi bit. Ma da quell’epoca le cose sono cambiate, ormai la musica diffusa sui supporti digitali è il formato lossless  e la qualità è uguale a quella del CD, basta volerlo.

Però ci vuole il vinile! No, porca paletta, non ci vuole il vinile. Il vinile è un modo di far sentire dei pezzenti quelli che il vinile non possono permetterselo. Perché ascoltare il vinile vuol dire avere un impianto, vuol dire farlo solo a casa mentre noi la musica vogliamo ascoltarla dovunque, dai telefoni e con le cuffiette che tutti abbiamo. Anche la musica cosiddetta colta, la sinfonica, la lirica, quella da camera ed il jazz, l’acid jazz‎, il bebop, l’hard bop, lo scat e lo skiffle grazie alle nuove tecnologie digitali, a Spotify ed Apple Music, sono raggiungibili da tutti e diventano quindi popolari.

Cosa fa della musica una cosa piacevole con cui passare il proprio tempo? Le melodie? Le armonie? Il ritmo? Il suono di un particolare strumento? La poesia di un testo che accompagna una canzone? Tutte queste cose si sentono altrettanto bene sia da un CD che (meno) da un vinile, da un telefonino o dall’hard disk di un computer. Ma la musica digitale ha un vantaggio: se voglio ascoltare Kamasi Washington o Yussef Kamaal, che la Galleria del Disco del mio piccolo paese non avrebbe mai avuto, basta che digiti i loro nomi nel campo di ricerca, se mia figlia vuol ascoltare I talk to the wind di cui io le ho parlato mille volte non deve andare in soffitta da nonna a cercare tra i miei scatoloni e magari le piace la versione di Astralasia. E lo può fare in qualunque momento della giornata, in qualunque luogo si trovi, cosa che il vinile non potrà mai dare.

Quindi, senza usare quel verso di Una vita in vacanza, andate da un’altra parte a proporre il vinile, perché il vinile puzza dalle teste!

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