Fossi un parlamentare il vitalizio lo vorrei

Detta così fa un po’ arrabbiare, vero? Infatti non è questa la mia proposta. Però siamo in un mondo dove, e vorrei ben vedere, a tutti è data la possibilità di potersi far eleggere al ruolo di rappresentante del popolo. Se tra questi ci sono persone stipendiate, che per legge possono prendere l’aspettativa e mantenere il diritto al loro originario posto di lavoro una volta finito il mandato elettivo, non tutti sono in queste condizioni. Prendete me, per esempio. Io faccio il libero professionista. La cosa più difficile per quelli che fanno il mio lavoro non è il lavoro in se, anche se (sarcasmo on) io sono molto bravo e gli altri se lo sognano di fare le consulenze come le faccio io (sarcasmo off). La cosa più difficile è trovare i clienti, soprattutto i clienti che pagano con regolarità le fatture che emetti.

Ecco, uno come me, se si facesse eleggere ad una qualche carica, dovrebbe abbandonare per almeno cinque anni i suoi clienti faticosamente trovati e fidelizzati. Non è francamente pensabile che questi rimarrebbero cinque anni senza il loro consulente di fiducia, in balia degli eventi e degli organi di controllo. Si rivolgerebbeto ad un altro. Il dott. Altro, tra l’altro, era proprio alla ricerca di clienti. Quindi, finita l’esperienza parlamentare io, e come me tutti quelli che sono nelle mie condizioni, sarei su una strada, senza alcun diritto di reintegro nel mio posto di lavoro. Anzi no, non è proprio corretto, il mio lavoro ce l’avrei, e sono anche molto bravo (l’ho già detto?), ma dovrei rifarmi il portafoglio clienti. Mi ci votrebbe del tempo. Forse 3 o 5 anni prima di tornare al livello precedente. Chi me lo fa fare di buttarmi in politica? Ma chi glielo fa fare anche ad un giovane senza lavoro, o a un assegnata di ricerca in Università o a chiunque non abbia una lavoro stabile e stipendiato? Ritardare di altri 5 anni l’ingresso nel mondo del lavoro senza avere un qualche paracadute che lo “protegga” nel periodo immediatamente successivo alla fine del suo mandato? Una parte consistente della nostra società non avrebbe rappresentanti, persone che sappiano come gira quella parte di mondo ed illustri agli altri anche quel lato della medaglia.

Allora la mia proposta è: mettiamo un periodizio. Introduciamo un qualcosa che duri un certo periodo e non per la vita (quindi non un vitalizio). Voglio fare un esempio. Mettiamo che prima di essere eletto avessi un reddito di 100 €. Negli anni successivi a quelli del ritorno alla vita privata il sistema pubblico mi dovrebbe riconosce  quegli stessi 100 € meno quello che riuscirei a percepire dai nuovi clienti trovati. Se già il primo anno dopo la fine dell’esperienza politica riuscissi ad avere un reddito di 100 € o più, la collettività non mi dovrebbe niente in quanto le mie capacità mi avrebbero permesso immediatamente di tornare ai miei livelli di reddito precedenti all’esperienza politica. Se invece il mio reddito sarà di 60 € allora mi verranno riconosciuti 40 € per pareggiare quello che era il mio reddito precedente. Questo per un periodo massimo di tot (5?) anni. Si potrebbe anche pensare ad un sistema a scalare: 100% il primo anno, 80% il secondo, 50% il terzo, 40% il quarto e 30% il quinto. Insomma qualcosa che mi faccia dire: mi impegno a dare un contributo di competenza al mio Paese ma so che né io né la mia famiglia ci rimetterà troppo da questa scelta. Tutto questo a condizione che nei 5 anni del mandato parlamentare il professionista non continui a svolgere la sua attività professionale ma si dedichi completamente al lavoro per il quale è stato eletto.

Una cosa analoga potrebbe essere fatta per quei lavoratori dipendenti le cui aziende dovessero chiudere durante il periodo del mandato politico. Se l’azienda del lavoratore dipendente, nel periodo di permanenza in Parlamento, dovesse chiudere, al ritorno alla vita privata quella persona dovrebbe ricevere lo stesso stipendio che percepiva prima per un periodo massimo di 5 anni, a meno che nel frattempo non trovi un nuovo lavoro.

Ma si può fare di più. I parlamentari durante i loro anni a Roma versano nelle casse dell’INPS i contributi previdenziali. Riscuoteranno la pensione quando sarà il momento a condizione che rimangano in Parlamento per almeno 4 anni e 6 mesi. Ridicolo, perché altrimenti c’è la sensazione, come avviene oggi, che legislature politicamente finite possano rimanere in vita solo per la volontà di arrivare a quella scadenza. Cambiamo! Visto che ormai c’è il sistema contributivo, facciamo versare quei soldi nelle casse previdenziali alle quali siamo i parlamentari sono iscritti. Se uno è un dipendente versa all’INPS, ma se è un professionista che si permetta di versare quei contributi nella cassa previdenziale del professionista (per noi chimici si chiama EPAP, per gli ingegneri e gli architetti INARCASSA, ecc.). In questo modo, qualunque sia il periodo di permanenza negli organismi elettivi da parte dei deputati o dei senatori, nessuno perde alcunché e nessuno può pensare che quella cosa abbia dato origine ad un privilegio (ricordo che con il sistema contributivo, quando andrai in pensione, prenderai solo quello che hai versato).

Se queste cose non vengono cambiate e va avanti la deriva del sono-tutti-dei-privilegiati-mangia-pane-a-ufo, nessuno tra i professionisti avrà più voglia di farsi eleggere per dare il suo contributo, e il Paese perderà il contributo di una fetta rilevante delle intelligenze che ha.

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