Forse è presto per gridare al disastro, ma…

Nel 2011, quando cominciò il percorso del PeopleMover di Pisa, scrissi un articolo piuttosto critico nei confronti di quello che mi pareva un controsenso. Quella mia critica si basava su una ricerca che avevo fatto insieme agli studenti del corso IFTS nel quale operavo come docente. L’impressione era che il mega parcheggio che si stava realizzando non sarebbe stato utilizzato così come tutti i parcheggi scambiatori che in epoche più o meno remote sono stati fatti in questa città, se contemporaneamente non si fosse fatta una politica di disincentivo all’uso dell’auto.

Ieri c’è stato un urlato articolo sul giornale locale dove, a distanza di 11 giorni dall’inaugurazione, si metteva in evidenza il deserto presente nei nuovi mega parcheggi. C’era aspettarselo.

Però devo dire che qualche giorno fa, martedì, io ho usato quel parcheggio e l’ho trovato molto comodo. Cosa me lo ha fatto trovare comodo? Il fatto che dovessi andare a prendere il treno per andare a Firenze. Dal momento che il percorso da casa mia (8 km dalla stazione ferroviaria) non sia servito dai mezzi pubblici mi costringe ogni volta a prendere l’auto, che poi dovrei mettere in un parcheggio a pagamento prezzi non proprio popolari. O si rimane a distanza di 1 km dalla stazione, e lì effettivamente si paga meno di un euro all’ora, oppure se ci si avvicina un po’ se ne spendono come minimo 2,20 €/h. Se stai fuori tutto il giorno, dalle 8 alle 18, per dire, ti escono di tasca dai 6 ai 12 euro: un salasso, lo dovessi fare frequentemente. Invece con il nuovo parcheggio legato al PeopleMover si spendono 2,50 € per parcheggio e biglietto di andata e ritorno dal parcheggio alla stazione a condizione che la permanenza nel parcheggio sia inferiore a 18 ore. Ottimo! Se la macchinetta per pagare funzionasse anche con bancomat e/o carta di credito come in tutti i parcheggi seri, sarebbe anche meglio.

C’è un piccolo problema che vorrei fosse risolto. Il primo è che il servizio della navetta parte dalle 6 di mattina. Sabato scorso avrei voluto fare la stessa cosa di martedì, ma il mio treno per Firenze partiva alle 5:39 quindi niente navetta a disposizione. La cosa che mi dispiace è che avrebbero potuto pensare alla possibilità che questo parcheggio possa essere utilizzato non solo dai passeggeri dell’aeroporto ma anche dagli abitanti di Pisa e dintorni che devono andare a prendere il treno, magari per andare a lavorare in un’altra città. Se quel breve tratto, di poco più di un chilometro, potesse essere percorso anche a piedi su un marciapiede che corresse accanto alla linea della navetta, io non avrei problemi a posteggiare lì (prima che il servizio navetta parta), arrivare alla stazione in tempo per prendere il treno senza la necessità di entrare in città e non spendere un patrimonio per posteggiare.

Nella mia impresa voglio solo raccomandati

Non è una scherzo! Ma secondo te perché per la mia impresa io dovrei assumere una persona in base al suo curriculum. Ci sono curriculum scritti benissimo che poi rivelano delle assolute teste di cazzo e persone inaffidabili. Neppure i colloqui di un’ora riescono a farti scoprire che davvero hai davanti (o pensate che il primo abito con il quale si presenta farà il monaco?)

Io voglio persone che mi siano presentate da persone che conosco, che sono nella mia rete sociale. Se poi quello che mi viene presentato è un fannullone, un lavativo, io me la rifaccio con chi me l’ha presentato, trattandolo da testa di cazzo e certamente non considerandolo più per chiunque mi voglia domani raccomandare. Perché il problema della raccomandazione è tutto qui, nel fatto che chi raccomanda, nel nostro sistema bacato, non si prende mai la responsabilità di chi presenta. Infatti eserciti di buoni a nulla cercano sempre l’amico dell’amico per farsi raccomandare e poi nelle peste ci vanno color che si fidano e li assumono. Se invece iniziassimo ad esporre al pubblico ludibrio coloro che raccomandano persone che nemmeno conoscono ma solo per fare un favore a quello o a quell’altro, capiremmo che la raccomandazione è una cosa giusta. Quando, ormai tanti anni fa, feci richiesta di lavorare a CalTech, la persona a mandai il mio curriculum mi chiese non una, ma 3 lettere di raccomandazioni, e quando io gli presentai le mie 3 lettere mi rispose “I’m very impressed about your credentials” perché si fidava delle 3 persone che me le avevano scritte e con le quali sia io che lui eravamo in relazione.

Anche nel sistema pubblico il curriculum non vale un tubo, tanto è vero che non si viene assunti presentando quello ma superando un concorso, una prova nella quale si viene messi alla prova rispetto alle proprie competenze (e anche qui parliamone). Figuriamoci allora quanto vale il curriculum per un imprenditore privato che ci mette i suoi soldi. Vuole sapere qualcosa di più, che nei curricula, di norma, non si vede.

Ma che il curriculum non valga un granché lo dimostra anche la nostra attuale situazione politica. Ma davvero pensi che un Luigi Di Maio o un Alessandro Di Battista potrebbero diventare il Presidente del Consiglio o il Ministro di non so cosa guardando i loro curricula prima che diventassero politici di professione?. Li hai mai letti, tu che storci la bocca?

Fossi un parlamentare il vitalizio lo vorrei

Detta così fa un po’ arrabbiare, vero? Infatti non è questa la mia proposta. Però siamo in un mondo dove, e vorrei ben vedere, a tutti è data la possibilità di potersi far eleggere al ruolo di rappresentante del popolo. Se tra questi ci sono persone stipendiate, che per legge possono prendere l’aspettativa e mantenere il diritto al loro originario posto di lavoro una volta finito il mandato elettivo, non tutti sono in queste condizioni. Prendete me, per esempio. Io faccio il libero professionista. La cosa più difficile per quelli che fanno il mio lavoro non è il lavoro in se, anche se (sarcasmo on) io sono molto bravo e gli altri se lo sognano di fare le consulenze come le faccio io (sarcasmo off). La cosa più difficile è trovare i clienti, soprattutto i clienti che pagano con regolarità le fatture che emetti.

Ecco, uno come me, se si facesse eleggere ad una qualche carica, dovrebbe abbandonare per almeno cinque anni i suoi clienti faticosamente trovati e fidelizzati. Non è francamente pensabile che questi rimarrebbero cinque anni senza il loro consulente di fiducia, in balia degli eventi e degli organi di controllo. Si rivolgerebbeto ad un altro. Il dott. Altro, tra l’altro, era proprio alla ricerca di clienti. Quindi, finita l’esperienza parlamentare io, e come me tutti quelli che sono nelle mie condizioni, sarei su una strada, senza alcun diritto di reintegro nel mio posto di lavoro. Anzi no, non è proprio corretto, il mio lavoro ce l’avrei, e sono anche molto bravo (l’ho già detto?), ma dovrei rifarmi il portafoglio clienti. Mi ci votrebbe del tempo. Forse 3 o 5 anni prima di tornare al livello precedente. Chi me lo fa fare di buttarmi in politica? Ma chi glielo fa fare anche ad un giovane senza lavoro, o a un assegnata di ricerca in Università o a chiunque non abbia una lavoro stabile e stipendiato? Ritardare di altri 5 anni l’ingresso nel mondo del lavoro senza avere un qualche paracadute che lo “protegga” nel periodo immediatamente successivo alla fine del suo mandato? Una parte consistente della nostra società non avrebbe rappresentanti, persone che sappiano come gira quella parte di mondo ed illustri agli altri anche quel lato della medaglia.

Allora la mia proposta è: mettiamo un periodizio. Introduciamo un qualcosa che duri un certo periodo e non per la vita (quindi non un vitalizio). Voglio fare un esempio. Mettiamo che prima di essere eletto avessi un reddito di 100 €. Negli anni successivi a quelli del ritorno alla vita privata il sistema pubblico mi dovrebbe riconosce  quegli stessi 100 € meno quello che riuscirei a percepire dai nuovi clienti trovati. Se già il primo anno dopo la fine dell’esperienza politica riuscissi ad avere un reddito di 100 € o più, la collettività non mi dovrebbe niente in quanto le mie capacità mi avrebbero permesso immediatamente di tornare ai miei livelli di reddito precedenti all’esperienza politica. Se invece il mio reddito sarà di 60 € allora mi verranno riconosciuti 40 € per pareggiare quello che era il mio reddito precedente. Questo per un periodo massimo di tot (5?) anni. Si potrebbe anche pensare ad un sistema a scalare: 100% il primo anno, 80% il secondo, 50% il terzo, 40% il quarto e 30% il quinto. Insomma qualcosa che mi faccia dire: mi impegno a dare un contributo di competenza al mio Paese ma so che né io né la mia famiglia ci rimetterà troppo da questa scelta. Tutto questo a condizione che nei 5 anni del mandato parlamentare il professionista non continui a svolgere la sua attività professionale ma si dedichi completamente al lavoro per il quale è stato eletto.

Una cosa analoga potrebbe essere fatta per quei lavoratori dipendenti le cui aziende dovessero chiudere durante il periodo del mandato politico. Se l’azienda del lavoratore dipendente, nel periodo di permanenza in Parlamento, dovesse chiudere, al ritorno alla vita privata quella persona dovrebbe ricevere lo stesso stipendio che percepiva prima per un periodo massimo di 5 anni, a meno che nel frattempo non trovi un nuovo lavoro.

Ma si può fare di più. I parlamentari durante i loro anni a Roma versano nelle casse dell’INPS i contributi previdenziali. Riscuoteranno la pensione quando sarà il momento a condizione che rimangano in Parlamento per almeno 4 anni e 6 mesi. Ridicolo, perché altrimenti c’è la sensazione, come avviene oggi, che legislature politicamente finite possano rimanere in vita solo per la volontà di arrivare a quella scadenza. Cambiamo! Visto che ormai c’è il sistema contributivo, facciamo versare quei soldi nelle casse previdenziali alle quali siamo i parlamentari sono iscritti. Se uno è un dipendente versa all’INPS, ma se è un professionista che si permetta di versare quei contributi nella cassa previdenziale del professionista (per noi chimici si chiama EPAP, per gli ingegneri e gli architetti INARCASSA, ecc.). In questo modo, qualunque sia il periodo di permanenza negli organismi elettivi da parte dei deputati o dei senatori, nessuno perde alcunché e nessuno può pensare che quella cosa abbia dato origine ad un privilegio (ricordo che con il sistema contributivo, quando andrai in pensione, prenderai solo quello che hai versato).

Se queste cose non vengono cambiate e va avanti la deriva del sono-tutti-dei-privilegiati-mangia-pane-a-ufo, nessuno tra i professionisti avrà più voglia di farsi eleggere per dare il suo contributo, e il Paese perderà il contributo di una fetta rilevante delle intelligenze che ha.

Se fosse me

Nel 1977 ero poco più che un bimbetto ma appassionato di politica grazie a mio padre che mi faceva frequentare la sezione del PCI di Porta a Mare, la sezione “Fabbriche” insieme agli operai che avevano fatto il ’68. 

Nel 1977 venne a parlare Massimo D’Alema, e io, sbarbatello si sarebbe detto, feci presente quello che non mi piaceva nel Partito. Non mi piaceva che le discussioni nelle sezioni fossero finte, come dimostravano le vicende del movimento studentesco di quel periodo. Per quanto noi discutessimo ed avanzassimo proposte, di tutto il nostro parlare a Roma non arrivava niente e le decisioni nella FGCI le prendeva lui, tutti gli altri non contavano niente. 

Sentirlo quindi oggi dire che nel PD di Renzi non c’è discussione e le decisioni vengono tutte prese dal capo, ma fa un po’ sorridere. 

In effetti dopo quel mio intervento nel 1977 e la risposta di D’Alema, non rinnovai più la tessera della FGCI. Non mi meraviglia quindi che coerentemente lui decida di non stare più nel PD di oggi, se fosse me.