La certificazione del biologico e non solo

La puntata di Report su Rai3 del 10 ottobre 2016, intitolata BioIllogico,  ha messo in cattiva luce tutta la produzione agricola cosiddetta biologica. Ci sono alcune riflessioni che l’inchiesta mi ha fatto sorgere.

La prima riguarda il fatto che nella maggior parte dei casi le analisi chimiche fatte sui prodotti tradizionali e su quelli biologici porta agli stessi risultati.

La seconda che la migliore qualità anche organolettica dei prodotti biologici rispetto a quelli tradizionali è nella maggior parte dei casi millantata.

La terza che in un mondo nel quale la tradizione viene venduta come il faro a cui rivolgersi, nel campo agricolo la tradizione è vista con sospetto.

La quarta riguarda il valore della certificazione. Non solo quella che riguarda i prodotti biologici ma anche le certificazioni nel campo aziendale, la iso 9000 sui sistemi di qualità aziendale, la 14000 sulla certificazione ambientale, la 8000 che riguarda la certificazione etica, la 18000 con la quale si certificano i sistemi di gestione della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro.

I sistemi di certificazione funzionano, tutti, attraverso la valutazione da parte di un soggetto terzo, indipendente da coloro che si fanno controllare e da coloro che usano le attività dei controllati, per attestare le performance rispetto a regole standardizzate. Le regole standardizzate servono in modo che siano chiari i principi su cui si basano ed avere la certezza che tutti sappiano quali sono i limiti entro cui il controllo ha valore. Tutti i sistemi, per esempio, prevedono il rispetto delle leggi che regolano quel settore.

Tutti i sistemi di certificazione sono ad adesione volontaria. L’impresa che lavora nel campo agricolo non è obbligata a lavorare secondo i criteri della produzione biologica. Se lo vuol fare è una sua scelta. Lo stesso nessuna impresa è obbligata a lavorare secondo gli standard di qualità previsti dalla norma iso 9000; farlo è una scelta dell’imprenditore o del consiglio di amministrazione di un’impresa.

Il lavoro di controllo da parte del soggetto terzo, organismo di certificazione, ha un costo ed il soggetto terzo è sempre un’impresa. Chi paga quindi il costo? In un sistema ideale, il costo di un soggetto terzo indipendente dovrebbe essere pagato dai due soggetti interessati alla certificazione, ovvero colui che si fa controllare e colui che vuol essere certo che l’impresa lavora rispettando un certo standard.

Sapere quale impresa voglia farsi certificare è piuttosto facile. L’impresa manifesta in modo evidente la sua volontà di aderire ad un sistema volontario. Sapere quale cliente di quell’impresa voglia che l’impresa sia certificata è più complicato. Io potrei volere assolutamente che il produttore dei miei prodotti ortofrutticoli lavori secondo il metodo biologico ma ai miei vicini potrebbe non importare niente, altri potrebbero, anche se interessati, non poterselo permettere visto che i prodotti biologici costano di più degli altri. Quindi gli unici a cui è ragionevolmente possibile addebitare i costi dei controlli sono coloro che aderiscono volontariamente al sistema.

Certo, il fatto che chi deve essere controllato paghi di fa il controllo non pare quantomeno eticamente corretto. Il sistema allora ha previsto che gli organismi di certificazione siano a loro volta acrediatati da un organismo senza fini di lucro che ha come soci Ministeri, grandi amministrazioni nazionali, organizzazioni d’impresa e professionali, e le altri parti interessate come associazioni di consumatori e sindacati. Questo organismo di accreditamento in Italia si chiama Accredia che opera in base al Regolamento Europeo 765/2008.

C’è anche un altro possibile problema. Dal momento che il controllo fatto dal soggetto terzo implica quasi le interruzioni delle attività lavorative, i controlli no sono a sorpresa ma pianificati. L’impresa che subisce il controllo viene avvertita con largo anticipo del giorno in cui verrà fatta l’ispezione. In questo tempo potrebbe essere possibile far sparire tutto quanto di non conforme è avvenuto dall’ultima ispezione. Un bravo ispettore però, di norma, si accorge di questi “aggiustamenti”.

Il sistema non è evidentemente perfetto se accadono le cose riportate nella trasmissione Report, ma mette in evidenza come le nostre scelte debbano avere alla loro base la conoscenza. Dire genericamente “voglio mangiare prodotti biologici”, così come “voglio che i servizi erogati da una certa impresa siano resi in modo etico ovvero non sfruttando i lavoratori qui e in qualunque parte del mondo”, è un’aspirazione del tutto legittima. Per accertarsi del rispetto di queste aspettative ci si deve fidare di chi produce i prodotti che vogliamo o di chi eroga i servizi di cui abbiamo bisogno o ci si deve fidare di coloro che si propongono di controllare in vece nostra. Se qualcuno si prende gioco della nostra fiducia commette una frode e, se preso, ne risponderà alle autorità competenti, quando scoperto (qui entrerebbero in gioco il numero dei controllori e le tasse e, scusate, in questo momento passo). Se non ci fidiamo, e da quanto abbiamo visto ci sono ragioni per non fidarsi, è inutile cercare i sistemi certificati, di qualunque tipo essi siano.

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