Alcuni chiarimenti sui rifiuti

I rifiuti e la loro raccolta sono sempre un argomento all’ordine del giorno in questo Paese. È un argomento che si intreccia strettamente con l’attualità politica e spesso è ciò che determina il successo politico di una parte o il suo affossamento. Ci sono tuttavia alcune cose che non sembrano chiare a coloro che sono chiamati a parlarne, anche vantando competenze che poi, all’atto pratico, si dimostrano non possedute.

I rifiuti sottostanno a regole di classificazione. Ci sono i rifiuti urbani, quelli fatte nelle case da tutti noi, e i rifiuti speciali, ovvero quelli fatti dalle imprese o dai lavoratori autonomi durante lo svolgimento delle proprie attività. Gli scarti di cucina che facciamo nelle nostre case sono rifiuti urbani, le scarti di cucina prodotti in un ristorante sono rifiuti speciali. I rifiuti urbani vengono (dovrebbero) essere raccolti dal servizio di pubblica raccolta che lavora in un sistema di monopolio, i rifiuti speciali vengono raccolti da imprese private in concorrenza tra loro. I cittadini, tutti noi, pagano una tariffa per lo smaltimento dei rifiuti urbani direttamente al Comune o all’impresa che ha organizzato il sistema di raccolta e smaltimento che in quanto tariffa dovrebbe essere corrisposta sulla base di quanto il servizio è stato utilizzato. Nell’impossibilità di sapere esattamente quanti rifiuti una famiglia produce, i Comuni ideano un sistema che si base sulla superficie in metriquadri di estensione dell’abitazione (più grande è la casa e presumibilmente più rifiuti produrrai), sul numero di occupanti (più persone ci sono e più rifiuti produrranno), sull’età dei componenti del nucleo familiare (gli anziani producono meno rifiuti dei giovani), ecc. Le imprese private, per i rifiuti speciali, pagano una tariffa che si basa su un prezzo al chilogrammo per ogni rifiuto prodotto e una tariffa per il trasporto dalla sede dell’impresa alla destinazione dei rifiuti (a volte si paga più di trasporto che di smaltimento). Perché le imprese pagano anche i Comune per il servizio di pubblica raccolta, se i loro rifiuti sono speciali e non urbani. Perché i Comuni possono decidere di “assimilare” alcune tipologie di rifiuto speciale al rifiuto urbano. Questa assimilazione viene fatta per qualità (gli scarti della mia cucina di casa saranno qualitativamente simili a quelli fatti dalla cucina di un ristorante, il cartone dell’imballaggio con cui ho comprato un certo prodotto destinato alla mia casa sarà qualitativamente simile al cartone con cui le merci sono arrivate all’impresa, ecc.) e per quantità (la quantità di scarti di cucina che faccio a casa è sicuramente di gran lunga inferiore a quella fatta dal ristorante: il servizio pubblico sa quanto di questo tipo di rifiuti può trattare e potrà calcolare quanto rifiuto organico potrà accettare dai ristoranti nel suo territorio per non andare in crisi). Questa assimilazione deve essere contenuta in una delibera comunale, in assenza della quale i rifiuti assimilabili agli urbani in quel Comune semplicemente non esistono. Se non esiste la delibera, il comune non può richiedere alle imprese il pagamento della tariffa rifiuti visto che l’impresa non è autorizzata a dare al Comune nessuno dei suoi rifiuti e dovrà rivolgersi al privato. Visto che ci sono aree delle imprese dove si possono produrre solo rifiuti speciali e non assimilati agli urbani, varie sentenze hanno stabilito che nel calcolo della tariffa che le imprese devono versare al Comune non vengano calcolate le superifici di questo tipo.

Ciascun rifiuto prodotto viene classificato attraverso un codice del Catalogo Europeo dei Rifiuti (C.E.R.). Questa classificazione assegna un codice fatto da tre coppie di cifre sulla base della tipologia di attività che ha generato un certo rifiuto e non sulla base delle caratteristiche merceologiche/chimiche del rifiuto stesso. Può succedere che un rifiuto fatto da due tipologie di imprese diverse sia simile ma ad essi vengano assegnati due codici diversi. Ci sono 20 famiglie di rifiuti. Le famiglie da 1 a 12 e da 17 a 20 fanno riferimento a 16 riverse tipologie di impresa (per esempio la famiglia 2 provengono dalla produzione, trattamento e preparazione di alimenti in agricoltura, orticoltura, caccia, pesca ed acquacoltura, quelli della famiglia 8 dalla produzione, formulazione, fornitura ed uso (PFFU) di rivestimenti (pitture, vernici e smalti vetrati), sigillanti, e inchiostri per stampa, quelli della famiglia 20 sono rifiuti solidi urbani ed assimilabili da commercio, industria ed istituzioni inclusi i rifiuti della raccolta differenziata. Le famiglie 13, 14 e 15 hanno a che fare con tipologie di rifiuto merceologicamente simili ed indipendenti dalla tipologie di impresa che li ha prodotti. La famiglia 16 ha a che fare con rifiuti non specificati altrimenti nel catalogo. La prima coppia di cifre va quindi da 01 a 20 e tiene conto della famiglia a cui il rifiuto appartiene.

La seconda coppia è una specifica più dettagliata della famiglia. Per esempio tra i rifiuti della famiglia 02 esistono quelli a cui sono attribuite le coppia di cifre 02.01 rifiuti prodotti da agricoltura, orticoltura, acquacoltura, selvicoltura, caccia e pesca, 02.02 rifiuti della preparazione e del trattamento di carne, pesce ed altri alimenti di origine animale, 02.03 rifiuti della preparazione e del trattamento di frutta, verdura, cereali, oli alimentari, cacao, caffè, tè e tabacco; della produzione di conserve alimentari; della produzione di lievito ed estratto di lievito;della preparazione e fermentazione di melassa, 02.04 rifiuti prodotti dalla raffinazione dello zucchero, 02.05 rifiuti dell’industria lattiero-casearia, 02.06 rifiuti dell’industria dolciaria e della panificazione, 02.07 rifiuti della produzione di bevande alcoliche ed analcoliche (tranne caffè, tè e cacao). La terza a coppia di cifre individua in maniera precisa un certo rifiuto (02.07.02 rifiuti prodotti dalla distillazione di bevande alcoliche); se qual particolare rifiuto nell’elenco non è individuato, di norma si prendono le prime due coppie di quella tipologia attività che ha generato il rifiuto e si aggiunge la terza coppia 99 (02.07.99 rifiuti non specificati altrimenti proveniente dall’attività di produzione di bevande alcoliche ed analcoliche (tranne caffè, tè e cacao)).

Tutto chiaro? Questa cosa vale per i rifiuti speciali (tutti i codici delle famiglie da 01 a 19) e per i rifiuti urbani (famiglia 20).

Quando il servizio di pubblica raccolta preleva i rifiuti, a quei rifiuti è assegnato un codice. Se la raccolta è indifferenziata, a quei rifiuti viene assegnato il codice 20.03.01 rifiuti urbani non differenzia. Se invece la raccolta è differenziata allora si usano i codici della famiglia 20.01 frazioni oggetto di raccolta differenziata. A cosa serve la raccolta differenziata? A volte si ha l’impressione che la raccolta differenziata sia fine a se stessa. Quando i Comuni, tra cui il mio, si vantano di aver raggiunto l’80% di raccolta differenziata (nel mio Comune, San Giuliano Terme c’è, da anni ormai, la raccolta porta a porta), questo viene sbandierato come un grande risultato. In realtà la differenziazione del rifiuto è un prerequisito dell’obiettivo per il riutilizzo, la preparazione per il riutilizzo, ed riciclaggio. Gli obiettivi europei non sono legati a quanto si differenzia ma quanto si recupera. Entro il 2020 dovremmo essere in grado di riciclare e/o recuperare il 50% dei rifiuti domestici ed il 70% dei rifiuti da costruzione e demolizione. Senza differenziare la raccolta dei rifiuti questi obiettivi non si raggiungeranno, ma anche senza avere impianti che recuperino/riciclino questi rifiuti l’obiettivo non sarà centrato. La quantità
di materia effettivamente recuperata dipende, più che dalla quantità, dalla qualità della raccolta e quindi dalla percentuale di frazioni estranee presenti nel rifiuto differenziato.

Alcuni cercano di fare i furbi facendo transitare surrettiziamente i rifiuti urbani nei rifiuti speciali, in modo da uscire dal circolo dell’obbligo di riutilizzo/riciclo. Quando un rifiuto entra in un impianto di smaltimento/recupero, le operazioni che vengono fatte possono essere tali da (semplificando) recuperare energia (attraverso un termovalorizzatore), far sparire il maggior volume possibile (incenerimento), lasciare il problema ai posteri (ammassamento in discarica), recuperare materiale (vetro, metallo, carta, plastica), generare un prodotto con utilizzo in altri ambiti (compost dalla frazione umida), ecc. Questi trattamenti generano a loro volta altri rifiuti, dal momento che sono fatti da un’impresa. Ed infatti nel Catalogo Europeo dei Rifiuti esiste una famiglia, la 19 rifiuti prodotti da impianti di trattamento dei rifiuti, impianti di trattamento delle acque reflue fuori sito, nonché dalla potabilizzazione dell’acqua e dalla sua preparazione per uso industriale, che è specificatamente dedicata a questo.

In questi giorni abbiamo sentito parlare di impianti di triturazione dei rifiuti. La triturazione dei rifiuti non cambia né il peso dei rifiuti portati in quell’impianto né il suo potenziale inquinante, anche se riduce il volume dei rifiuti per, per esempio, successive attività di trasporto. È prevista una specifica famiglia per i rifiuti generati dopo la triturazione, la 19.12 rifiuti prodotti dal trattamento meccanico dei rifiuti (ad esempio selezione, triturazione, compattazione, riduzione in pellet) non specificati altrimenti. Quindi un Comune che raccoglie in maniera non differenziata i rifiuti dalle proprie strade e  li invia ad un impianto di triturazione ottiene un effetto immediato: fa sparire dai rifiuti urbani i rifiuti inviati a quell’impianto che a quel punto sono diventati rifiuti speciali, e gli permette di poter sventolare la bandiera della riduzione dei rifiuti urbani avendo semplicemente spostato il problema dai rifiuti urbani a quelli speciali. Quanto si merita il consulente che ha suggerito all’amministrazione di utilizzare questa strategia? Quanto si merita l’amministratore che ha acconsentito a questo escamotage? Quanto si meritano entrambi se sono la stessa persona?

 

 

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Mantenuti della politica

Qualche giorno fa, durante la discussione sull’Ordine del Giorno presentato dal Movimento 5 Stelle BeppeGrillo.it, sulla riduzione dello stipendio dei parlamentari, il deputato/cittadino Manlio Di Stefano, se non ricordo male, laureato in Ingegneria Informatica e di professione consulente informatico, ha detto che i tutti i rappresentanti degli altri partiti presenti in Parlamento in realtà sono persone che nella loro vita non hanno fatto altro che politica. La Presidentessa Laura Boldrini l’ha redarguito, con la sua solita aria da maestrina, dicendo che non poteva permettersi di accusare i colleghi di una cosa non vera.

Il deputato/cittadino Alessandro Di Battista, laureato in discipline dell’arte, della musica e dello spettacolo, e master di secondo livello in tutela internazionale dei diritti umani, di mestriere scrittore, unico suo libro di cui si ha notizia è Sicari a cinque euro: Vita e morte in Centroamerica, copie vendute qualche centinaio,  ha protestato dicendo che non si poteva permettere.

Il vice Presidente della Camera grazie ai voti del PD, deputato/cittadino Luigi Di Maio, diploma di liceo classico, studente universitario fuori corso di Giurisprudenza, mestiere dichiarato giornalista pubblicista dall’età di 21 anni, non ha commentato il fatto.

A me pare, ma posso sbagliare, che tra coloro che protestano contro i mantenuti della politica (in realtà nella stragrande maggioranza dei casi i nostri parlamentari prima di sedere in parlamento avevano un regolare lavoro da dipendente pubblico o provato o da imprenditore o da libero professionista, cosa facilmente verificabile dal sito della Camera e del Senato), ci siano dei manutenuti dalla politica. Ci sono alcuni infatti che l’unica cosa che hanno fatto in vita loro per mantenersi sia stata proprio la vituperata politica in questi anni recenti. Tipo i due qui sopra. È vero, sono giovani, quindi ci può stare che prima non avessero avuto un mestiere in grado di affrancarsi dalle loro famiglie. Potrebbero obiettare che anche il nostro Presidente del Consiglio e quello prima e molti di quelli che prima di loro hanno svolto quel ruolo, compreso quelli con i baffi, sono nelle stesse condizioni. Tutto vero, ma la cosa riguarda pure loro.

Insomma, prima di fare certe discutibili affermazioni, prima forse varrebbe la pena guardare in casa propria.

 

 

Le province sono state abolite?

Ad oggi no, visto che l’articolazione delle province è ancora contenuta nel titolo V della Costituzione attualmente in vigore. 

Non ci saranno più se il referendum Costituzionale di novembre (?) verrà approvato. 

È chiaro che buona parte dei costi delle province ha a che fare con il costo del petsonale dipendente, che non può essere licenziato. Poi ci sono i costi per la manutenzione delle strade o del funzionamento delle scuole superiori, che verrà fatta da un altro ente (comune o regione).

Ma c’è un costo che da un anno e mezzo non sosteniamo più: quelle per il funzionamento dei Consigli Provinciali, con i suoi oltre 5000 Consiglieri, e quelle per il funzionamento delle Giunte Provinciali con i suoi oltre 500 Prsesidenti e Assessori. Erano gli unici costi, costi della politica, che potevano essere compressi, costi che tutti chiedevamo venissero ridotti. Tutto il resto è fumo negli occhi.