La difesa della Costituzione 

In questi giorni si parla d’altro. Tutti i politici da bar che frequentano la rete, il più grosso bar mai realizzato, e peccato non si possa prendervi il caffè, sono distratti da altro e le discussioni sulla proposta di modifica della Costituzione ha abbandonato i banconi ed i tavolini.

Stamani però alla radio, in una di quelle trasmissioni con il microfono agli ascoltatori, scagliarsi contro Mario Monti (e si può essere d’accordo) per aver impedito all’Italia di fare un referendum sulla permanenza dell’Italia nella Unione Europea, per aver occupato abusivamente una poltrona in parlamento e per aver guidato il nostro Paese senza essere stato eletto. Sono considerazioni molto comuni che sento fare molto frequentemente da coloro che si oppongono alla riforma costituzionale che saremo chiamati a votare il prossimo ottobre (forse), in nome della difesa della più bella Costituzione del mondo. 

In questa più-bella-costituzione-del-mondo però c’è scritto che non si possono fare referendum sui trattati internazionali (art. 75), che il Presidente del Consiglio dei Ministri lo nomina il Presidente della Repubblica e non viene scelto dai cittadini (art. 92) e che il Presidente della Repubblica può scegliere di nominare dei Senatori a vita (art.59). Si può discutere se siano state scelte condivisibili o meno, quelle fatte dai padri costituenti, ma se non si è d’accordo si può proporre una modifica costituzionale e così cambiare la più-bella-costituzione-del-mondo. Perché in questo caso saremmo tutti d’accordo a cambiarla, vero? Diventerebbe belleberrima?

Io no. 

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La fine dell’Europa o della UK?

Gli inglesi hanno votato per uscire dell’Europa, ma gli scozzesi, gli irlandesi e gli abitanti di Gibilterra hanno votato a larga maggioranza per rimanere dentro. 

Mi chiedo, per questo, se più che la fine dell’Europa, questo voto non sarà l’avvio del processo di disgragazione della Gran Bretagna. Come faranno gli inglesi a non accordare un referendum per l’indipendenza di Scozia, Irlanda del Nord e Gibilterra? Mi aspetto sviluppi imprevisti e imprevedibili. 

Io e qualche milione abbiamo perso

Non c’è dubbio su chi abbia perso in queste elezioni amministrative. Ma chi ha davvero vinto? Anche qui, numericamente pare non ci siano tanti dubbi, il Movimento 5 Stelle ha avuto un’affermazione oltre le loro più rosse aspettative, mi pare (invece magari erano sicuri di farcela in tutti i posti dove erano andati al ballottaggio).

Mi viene però da dire che la disaffezione verso la politica, incarnata dalla scarsa affluenza alle urne, non viene intercettata neppure da chi in questi anni sulla lotta alla politica politicante ha fondato le sue fortune. Le persone si sentono sempre più distanti dalle contese politiche, una buona parte, che piano piano sta diventando la maggioranza degli aventi il diritto di voto, decide di astenersi dal prendere posizione, nessuno di coloro che si propone riesce a convincerli ad andare a votare. Certo, sono gli sconfitti sempre, quelli che non capiscono che il non andare a votare ha come conseguenza quella di perpetuare lo status quo. Le elezioni le vincono gli incapaci, per mancanza di competenze o per voto di scambio.

Prendiamo la nuova sindaca di Roma. Avete letto in questi mesi e settimane delle proposte su come affrontare i problemi di Roma, causati da anni di governo da parte di incapaci? Le uniche due che ricordi sono “audit” sul bilancio, che non vuol dire facciamo questo ma solo prendere tempo per poter dire “guardate come ci hanno ridotto gli incapaci che ci sono stati fino ad ora”, e funivia per collegare un paio di quartieri periferici al capolinea della metropolitana. Se voi foste degli abitanti di una città qualunque, sareste stati convinti a votare per il sindaco che aveste proposto questo? Chiaro che se questa è la candidata migliore che forniva il lotto dei partecipanti alla competizione, e sono convinto che l’avvocatessa Raggi lo fosse, un buon numero di elettori sia rimasto a casa.

D’altra parte abbiamo avuto la dimostrazione, proprio in questi giorni, che buona parte degli eletti lo sono stati grazie al principio “piuttosto che tizio, meglio caio”. E d’altra parte la fazione maggioritaria degli elettori hanno detto chiunque va bene (o chiunque va male, tanto è la stessa cosa), e la logica del piuttosto va nello stesso solco. Salvo poi, da stasera, cominciare a lamentarsi che tutto va male.

C’è la possibilità di invertire la tendenza? C’è la possibilità di avere a gestire il bene comune e gli interessi della collettività, qualcuno che incontri il favore non solo della maggioranza dei votanti ma la maggioranza dei cittadini? La mia risposta pessimistica è NO, questa possibilità non c’è. Allora cosa in alternativa? Meglio un sorteggio? Trasformare la nostra malconcia democrazia in una demarchia?  Non si fa forse così con le giurie popolari nei tribunali?  Sottraiamo alla politica la necessità di fare promesse mirabolanti per accattivarsi il favore di quelli che continuano ad andare a votare.

La giustificazione del rancore

Il dottore… No, dottore no, perché il partito non gli permise di discutere la tesi. 

Allora, l’onorevole… No anche onorevole non lo è più da tempo, a meno che non vogliamo usare il malcostume di assegnare quel titolo vita natural durante. 

Il signor. Si, ecco, questo è giusto. Il signor Massimo D’Alema, da cittadino come voi e me, ha l’ambizione, come sono giuste le ambizioni che ciascuno di noi ha e che si impegna a realizzarle, di sconfiggere politicamente Matteo Renzi, per poter, dice, ricostruire la sinistra in Italia. 

Questa legittima ambizione, secondo me però, non tiene conto della storia sia recente che passata. 

Nella storia recente e recentissima è stato dimostrato dai risultati elettorali, che la sinistra come la intende D’Alema non ha seguito, a meno di non voler considerare accettabili e base di partenza i voti ottenuti da Fassina o Giraudo. 

Ma D’Alema la sua occasione per costruire la sinistra l’ha avuta, fallendo miseramente. Ricordate vero che è stato Preseidente del Consiglio e si dimise dopo che il suo partito ottenne alle elezioni regionale il peggior risultato che la storia ricordi? Si sarà pentito di aver legato la sua sorte a quella di elezioni amministrative? Anche lui in effetti andò a ricoprire quel ruolo senza un mandato elettorale. Fu un ruolo ricoperto in modo assolutamente legittimo, perché così prevede la nostra (sembra) intoccabile Costituzione. Il risultato delle amministrative gli fecero decidere che il governo non era il posto dove gli italiani lo volevano. Fu una decisione sua, che lasciò molti sorpresi. Dimostrò a lui, prima di tutti, che la sua azione era non condivisa. Quindi oggi cosa vuol ricostruire? Se “ricostuire” vuol dire costruire di nuovo, vuol ricostruire quello che lui stesso ha bocciato come fallimentare?

Capisco che si possa non voler bene a chi ti ha detto in faccia “mettiti da parte, il tuo tempo è finito”. Ma ci si deve rendere conto, se si ritiene di essere i più intelligenti del mondo, che il proprio tempo è finito davvero. E non è finito oggi, ma ormai tanti anni fa. Chi ti richiama a commentate il mondo di oggi, che non hai saputo prevedere e non comprendi, sta facendo male prima di tutto a te stesso e poi ai nostalgici che ti hanno apprezzato ma che sono usciti sconfitti dalla storia e dalle decisioni prese democraticamente nei momenti in cui c’è stato da scegliere. 

Non giustifico il tuo rancore, e non ti meriti di essere compatito perché non ti meriti di essere offeso. 

Le elezioni del nuovo Senato

Una delle critiche al progetto di riforma   costituzionale di cui tanto si parla, riguarda l’elezione/designazione dei nuovi senatori. Dice il testo della riforma, che i senatori saranno scelti nei consigli regionali sulla base delle indicazioni che saranno fornite dagli elettori nel corso delle elezioni regionali. Quello che non c’è scritto nella riforma è il modo in cui questa scelta verrà fatta. Non si tratta di una dimenticanza ma di una scelta previsa e coerente. Questa scelta è demandata alla legge per le elezioni regionali. È chiaro che quella legge non può essere fatta (tra l’altro oggi quella legge la farebbero le assemblee regionali, ma con la riforma tornerebbe a farla lo Stato) se prima non viene cambiata la Costituzione; emanarla prima non avrebbe senso perché non avrebbe le basi costituzionali per essere emessa. 

Ci sono due punti critici in questo passaggio: il caso in cui si dovesse andare alle elezioni politiche prima dell’approvazione della nuova legge elettorale per il Senato/per i consigli regionali, e il fatto legato alla non contemporaneità tra le elezioni politiche nazionali e quelle amministrative regionali. In quest’ultimo caso non so quanto tempo occorrerebbe affinché il Senato si completi.