L’attività professionale non è un’attività di servizio. 

Ascolto cosa dicono e leggo cosa scrivono molti colleghi non solo chimici, in merito alla loro attività di consulenti.

Per molti l’attività professionale non è altro che una forma di attività di servizio, ma le cose non stanno affatto così. La professione intellettuale, come quella del chimico, è regolata dall’articolo 2229 del codice civile che dispone che “La legge determina le professioni intellettuali per l’esercizio delle quali è necessaria l’iscrizione in appositi albi o elenchi“. Quella del chimico è una di queste, istituita con il Regio Decreto 842/1928. L’iscrizione all’albo ha carattere di accertamento costitutivo di uno status professionale. La prestazione d’opera intellettuale, consiste nel mettere a disposizione le proprie competenze e risorse intellettuali specifiche, in vista della realizzazione di un risultato utile per il proprio cliente, ma senza il vincolo del risultato. Infatti il professionista non garantisce un risultato ma il compimento di un opera (intellettuale).  Un avvocato non garantisce di vincere la causa ma di svolgere il proprio mandato con perizia professionale; lo stesso il chimico non garantisce che i risultati, ad esempio, di un’analisi facciano risultare conforme il campione che gli è stato sottoposto.

Il rapporto tra il cliente ed il professionista viene instaurato sulla base del principio dell’intuitu personae, ovvero sulla base di un rapporto di reciproca fiducia che fa si che l’incarico podsa essere svolto solo dal professionista che ha ricevuto l’incarico e questi non possa farsi sostituire.

L’attività di servizio prevede invece che l’imprenditore garantisca un risultato, come nel caso di un artigiano meccanico che ripara un guasto al motore per conto di un committente (intuitu rei). In questo caso la ditta si impegna a realizzare un risultato che è richiesto dal cliente (la riparazione dell’auto), non solo che svolgerà il proprio lavoro con perizia. Chi fa un’attività di servizio deve iscriversi alla Camera di Commercio che ha carattere di accertamento costitutivo di uno status di impresa. Il rapporto tra il committente e la società di servizi è instaurato sulla base del principio dell’intuitu rei.

L’analisi di un rifiuto per determinarne la sua pericolosità deve essere svolta da un professionista intellettuale o può essere svolta da una società di servizi che fa analisi? È chiaro che se la società  di servizi  dovesse fare l’interesse del cliente sarebbe tentata di compiacerlo per ottenere il risultato voluto dal cliente. La Pubblica Anninistrazione che deve ricevere i risultati di una perizia nel campo della chimica o della chimica applicata, attività riservata ai chimici, non può che voler ricevere il risultato dell’indagine fatta da chi, in scienza e coscienza, esprime i risultati ottenuti in base ai principi della scienza che sta applicando e non in base alla necessità di ottenere il risultato auspicato dal committente.

Chi svolge le attività intellettuali deve iscriversi  all’ordine professionale. L’omessa iscrizione determina la nullità del contratto con il venir meno del diritto al compenso (nota all’art. 2239 del CC).

Naturalmente non è escluso che alcune attività del professionista possano essere attività di servizio. Quando un datore di lavoro chiede di essere aiutato ad elaborare il documento di valutazione dei rischi ex art. 28 del D. Lgs. 81/2008, il professionista viene scelto con l’intuitu personae ma ha anche l’obbligo di elaborare il documento rispondendo alle aspettative di chi ha commissionato il lavoro. Tuttavia, mentre nel caso dell’opera intellettuale è il professionista a rispondere penalmente e civilmente della sua opera, nel caso della prestazione di servizio ne risponde solo civilmente, fatto salvo che nel suo lavoro non commetta un reato, lasciando la responsabilità penale in capo al committente a cui la legge non permette la delega di responsabilità.

Le elezioni del CNC

Il 5 febbraio 2016 i consiglieri degli Ordini dei Chimici di tutta Italia si riuniranno per eleggere i consiglieri del nuovo Consiglio Nazionale dei Chimici. Dopo lunga e tormentata riflessione ho deciso di accettare le richieste che mi sono pervenute da molti per ricandidarmi. La mia titubanza era legata la fatto che svolgendo io un’attività da libero professionista puro, senza dipendenti o attività che possano camminare da sole senza la mia presenza, ogni giornata di lavoro dedicata al CNC è stata una giornata sottratta al mio lavoro vero, non sufficientemente ricompensata dal punto di vista economico. Per ogni giorno dedicato al Consiglio, e durante questi anni i giorni sono stati tanti, io ho rimesso circa il 30% del mio reddito.

Ho fatto parte del CNC dal marzo 2010. Un impegno che ho affrontato, credo, con dedizione portando il mio contributo in vario modo.

Per esempio dal settembre del 2012, redigo la newsletter del CNC che esce puntualmente ogni 15 giorni. Si tratta di uno strumento piuttosto snello che risponde all’esigenza di dare informazioni veloci che non riusciamo a veicolare attraverso la nostra rivista cartacea che soffre di una lentezza nell’invio che la fa apparire molte volte superata quando viene recapitata nelle cassette postali degli iscritti.

Dal 2012 mi sono anche occupato prima di redigere il Regolamento sulla formazione Continua professionale richiesto dall’art. 7 del DPR 137/2012, di partecipare al tavolo di coordinamento istituito all’interno della Rete delle Professioni Tecniche per il mutuo riconoscimento delle attività proposte, di scrivere le linee guida per la formazione, gli esoneri e la valutazione delle attività svolte, poi di lavorare al sistema di autorizzazione dei provider privati che intendono proporre attività formativa ai professionisti chimici, quindi di costruire il portale informatico nel quale i corsi vengono proposti ed è possibile iscriversi agli eventi, infine di mettere a punto il portale che permette di inserire le attività svolte dai colleghi in autoformazione o attraverso le attività svolte con soggetti non autorizzati dal CNC.

Mi sono occupato della materia antincendio, dei problemi legati alla scuola secondaria superiore, di scrivere il testo delle convenzioni tra il CNC e le Università Italiane, della risposta ai quesiti posti dagli iscritti su una serie di materie per le quali ho la competenza necessaria, di contratti di appalto. Dimentico niente? Forse. O forse no.

È poco? È tanto? Non sta a me giudicare il mio operato durante questi 5 anni. Quello che è certo è che in 5 anni ho attirato su di me molte simpatie da parte di coloro che hanno apprezzato il modo in cui ho svolto il mio lavoro e per come mi sono impegnato, ma mi sono attirato anche delle antipatie, perché quando si fanno delle cose, a volte si pestano i piedi a qualcuno, più o meno volontariamente.

Qualche giorno fa, la metà circa di quelli che saranno gli elettori si sono riuniti per parlare di ciò che chiederanno al prossimo CNC. La cosa anomala, secondo me, di quell’incontro è che molti di coloro che erano presenti si sono anche presentati per essere eletti. Si tratta quindi di una iniziativa che alcuni hanno visto come iniziativa elettorale, più che di coordinamento. Ne è uscito un documento con delle richieste in gran parte condivisibili. Alcune, poche, non le ho capite, perché chiedono cose già esistenti o perché sono rivolte più a loro stessi che non al CNC. Faccio due esempi.

Si è chiesto, per esempio, di “Creare albi speciali differenziati per soggetti diversi (es. Prof. Universitari, Insegnati, lavoratori subordinati, ecc.) per stimolare nuove iscrizioni”. Che il numero degli iscritti venga incrementato è quantomeno auspicabile, però tutti i soggetti indicati hanno già la possibilità di iscriversi all’Ordine (all’Ordine, non al CNC). Unico vincolo per iscriversi è quello di essere laureati in una delle discipline che la legge prevede abilitanti per svolgere la professione di Chimico ed il superamento dell’esame di Stato. Quest’ultimo è un precetto Costituzionale. Quindi se questa creazione non può avere lo scopo di iscrivere coloro che non hanno fatto l’esame di Stato, può essere declinata, credo, solo nella possibilità di accedere a sezioni (che per legge in questo momento non esistono) per le quali le iscrizioni costano una cifra diversa che per quelli non ricadenti in quelle categorie. Se sono d’accordo per la categoria degli insegnanti, a condizione che poi però non svolgano la libera professione, non lo sono per i lavoratori subordinati i cui datori di lavoro sfruttano comunque quella iscrizione per fare le stesse attività che svolgono i professionisti e che DEVONO pagare la quota di iscrizione per i loro dipendenti. Lo stesso non sono d’accordo che paghino una quota differenziata i professori universitari, che non mi pare debbano avere, da questo punto di vista, alcun trattamento privilegiato. C’è invece necessità di creare le sezione dell’Albo anche per rispondere alle esigenze imposte dalle norme europee sulla libera circolazione dei professionisti. Questa settorializzazione è necessaria perché in alcuni Paesi, il professionista può svolgere solo alcune cose tra quelle che invece la legge italiana prevede il Chimico possa fare. Concedere loro il sacrosanto diritto di iscriversi all’Ordine, condizione necessaria per svolgere la loro attività, ma limitarla alle sole cose per le quali erano abilitati nel loro Paese di origine è assolutamente necessario.

La seconda cosa riguarda l’ “Acquisire preventivamente pareri di OT in merito a argomenti che poi coinvolgeranno gli iscritti”. Nel mio piccolo, per le attività che ho descritto qui sopra, in merito alla formazione continua professionale, ho inviato, 4 mesi prima che il testo del Regolamento venisse inviato al Ministero della Giustizia per l’approvazione, la bozza del testo stesso per chiedere pareri e suggerimenti. Successivamente ho inviato due versioni delle linee guida a maggio ed a settembre 2015. Non ho avuto che due interventi di commento su 40 Ordini territoriali presenti in tutta Italia. Pochi giorni fa ho anche aperto un sondaggio riguardo la modalità di valutazione delle attività autoinserite nel portale della formazione da parte degli iscritti e su 40 ordini, al momento hanno risposto in 10. Quindi di cosa stiamo parlando? C’è stato in questi 5 anni, da parte mia, il ripetuto tentativo di far partecipare tutti gli Ordini alle cose di cui mi stavo occupando per conto del CNC, se il dialogo è stato molto limitato, non credo che la responsabilità possa essere attribuita a me.

Ci sono diverse cose che, secondo me, ci sono da fare nel prossimo Consiglio. Rivedere la questione delle nostre due riviste, Il Chimico Italiano e La Chimica e l’Industria. Spendiamo ogni due mesi una quantità di soldi non più accettabile per la scrittura, la stampa e la spedizione delle riviste. Spesso arrivano con un ritardo imbarazzante: ho ricevuto a gennaio il numero di settembre-ottobre, le notizie non erano più tali ed i contenuti poco interessanti. Credo che innanzitutto si debba spostare tutto sul digitale. Abbiamo già creato la app per i telefoni Apple e per la piattaforma Android, per permettere la fruizione dagli smartphone e dai tablet, oltre che da computer. Il Chimico Italiano dovrebbe diventare un giornale dove ogni numero sia dedicato ad un argomento, ovvero costituire una monografia che sia possibile consultare con la sicurezza di trovare lo stato dell’arte su un certo argomento. Se ne stamperanno non più di 500-1000 copie da vendere a chi le chiedesse (presumibilmente non iscritti all’ordine). La Chimica e l’Industria deve tornare ad essere esclusivamente il giornale della SCI di cui, se vorranno loro e vorremo noi, il CNC continui ad essere l’editore. Questa trasformazione porterebbe ad una riduzione delle spese molto significative e permetterebbe, per molti anni, di non essere costretti ad aumentare la quota da pagare dagli iscritti. Ma soprattutto permetterebbe di rendere Il Chimico Italiano effettivamente una cosa utile e non una rivista per cui spesso non si fa nemmeno la fatica di togliere il cellophane.

C’è da ripensare al posizionamento del CNC nei confronti del mondo esterno, aumentandone la presenza sui social media per ottenere maggiori rapporti con gli iscritti. In questo momento la pagina Facebook è popolata solo con interventi miei e soprattutto del dott. Cottone; l’account Twitter è gestito solo da me. Entrambi hanno un numero di amici/follower piuttosto scarso perché l’aggiornamento è episodico e non istituzionalizzato. Lo stesso sito chimici.it, che l’anno scorso ha avuto un importante restyling, dovrebbe essere maggiormente frequentato. Propongo per questo di creare un’area blog che permetta di raccogliere le opinioni di tutti ed avere il polso di ciò che succede sul territorio. L’agenzia di stampa con la quale abbiamo il nostro rapporto privilegiato deve essere usata con maggiore incisività affinché, su tutti gli argomenti di nostra competenza, e sono tanti, la nostra voce sia ascoltata con maggiore frequenza. Negli ultimi 5 anni è stato fatto, da questo punto di vista, un considerevole passo in avanti, ma ciò non è ancora sufficiente e qualcuno dovrà occuparsene in modo più assiduo.

Ci sono poi altri interventi da fare, sull’organizzazione delle sedute del Consiglio, sui nostri interventi all’interno della Rete delle Professioni Tecniche, sulla gestione del patrimonio immobiliare, sulla nostra partecipazione nelle istituzioni sovranazionali, sulle attività di formazione, per la revisione del regolamento della formazione. Ho diverse idee su tutti questi argomenti.

Per il prossimo CNC si sono candidati 28 tra colleghi e colleghe per la sezione A, che prevede 14 Consiglieri e 3 colleghi per la sezione B, che prevede 1 Consigliere. Sarebbe opportuno che tutti coloro che si sono candidati dichiarasse fin d’ora la propria disponibilità ad usare almeno un giorno alla settimana da dedicare all’incarico al quale sarà eletto. Un giorno che può voler dire avere la disponibilità di passarlo a Roma in incontri presso i Ministeri, alla Rete delle Professioni Tecniche, ad incontrare i parlamentari, ecc., o un giorno da passare a casa propria per rispondere alle mail dei colleghi, a valutare le attività da svolgere, a scrivere documenti di interesse professionale, a confrontarsi con i colleghi del CNC in via telematica o con gli OT. Chi sa di non poter dare questa disponibilità, forse farebbe meglio a ritirare la propria candidatura. Sperare che di tutte queste cose si occupino gli altri e venire solo per avere il biglietto da visita da esibire per i propri interessi personali non è sufficiente. C’è bisogno di persone motivate, forse giovani, di riequilibrare la rappresentanza di genere (nel precedente Consiglio eravamo 14 uomini e una donna; in questo mi aspetto che le donne presenti non siano meno di un terzo, come previsto nella legge sui consigli d’amministrazione delle aziende pubbliche).

Insomma, io ci sarò, con le mie idee, e con la mia voglia di fare. Adesso non sta più a me.

 

Gay, lesbiche, matrimoni e diritto

Qualche giorno fa c’è stato ricordato che la prima proposta di legge per regolamentare le unioni civili, ovvero i rapporti delle coppia di conviventi indipendentemente dal sesso dei due partner, è del 1988. Negli anni varie proposte si sono succedute con nomi più o meno fantasiosi. In realtà di tutto questo non c’è alcun bisogno. L’unica cosa di cui c’è bisogno e il coraggio. Cerco di spiegarmi.Nei regimi totalitari il diritto si basa sul principio che e vietato tutto ciò che non è permesso. Nei regimi democratici, dove sino a prova del contrario noi viviamo, il diritto si basa sul principio che è è permesso tutto ciò che non è vietato. 

In Italia è possibile la pratica del cosiddetto utero in affitto? No, la pratica è vietata dalla legge 40. Perché allora tirarla in ballo se non per confondere le acque come un polpo qualunque?  

In Italia il matrimonio con rito civile tra due persone dello stesso sesso è vietato? Non rispondete non è previsto dalla costituzione dove si parla di famiglia naturale, o dal codice civile dove in alcuni articoli si parla di mariti e moglie, perché dire questo è ugualmente buttare il nero come le seppie. Quindi ripeto la domanda. In Italia il matrimonio con rito civile tra due persone dello stesso sesso è vietato? Cari sindaci dei comuni italiani, la risposta la sapete tutti, quindi agito di conseguenza rispettando il diritto.

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L’ordine professionale a cosa serve?

Il motivo per cui negli anni 20 del secolo scorso sono stati creati gli ordini e i collegi professionali è noto a tutti. È bene chiarire che la differenza tra ordini e collegi a che fare con il percorso di studi fatto da chi si iscrive agli uni o agli altri. Si scrivono infatti agli ordini i laureati in alcune discipline, mentre si scrivono ai collegi i diplomati, anche se ormai anche i collegi sono aperti ai laureati come succede al collegio dei periti e dei periti laureati.
Nel corso degli anni gli ordini hanno cambiato ruoli e funzioni e da almeno vent’anni si discute della necessità di mantenere in vita o di abolirli.
La funzione di difesa corporativa della categoria è diminuita sempre più negli anni recenti, anche se continua ad essere praticata. Esistono infatti delle attività che la legge riserva agli iscritti a determinati ordini o collegi impedendo che la stessa possa essere svolta da altri. Nel caso dei chimici, per esempio, ordine al quale io sono iscritto e nel quale rivesto il ruolo di consigliere nazionale, la legge riserva loro le indagini e le perizie in materia di chimica pura e applicata da presentare alla pubblica amministrazione e nei tribunali. In un mondo nel quale per sapere cosa è presente in una certa matrice si pensa che basti inserire il campione da analizzare in una macchina per ottenere il risultato, questa restrizione può apparire inutile. In realtà l’analisi, spesso, determina la presenza di sostanze in maniera aspecifica, e sapere se il sodio contenuto in un campione è da riferirsi, per esempio, al cloruro di sodio o al sodio idruro, richiede la conoscenza della scienza chimica ad un livello superiore a quello scolastico di base e probabilmente superiore anche a quello della chimica che viene insegnata nelle Università nei percorsi di studi di discipline diversi da Chimica. Svolgere quindi questa analisi esprimendo un giudizio appropriato sui risultati ottenuti è stato riservato dalla legge a questa figura professionale, per garantire il fruitore del risultato su quanto è stato determinato, cosa particolarmente importante se questo fruitore è la Pubblica Amministrazione o un Giudice. Chi la dovesse svolgere senza averne titolo è perseguibile in base all’articolo 348 del codice penale.
Ci sono attività che il comune cittadino non si sognerebbe mai di far fare ad altri se non al professionista necessario. Se dovessi farmi togliere un dente certamente andrei a cercare un bravo dentista. Provocano risentimento sociale le occasioni nei quali sui giornali si scopre che un tal estrattore di denti in realtà non era un dentista ma un maniscalco. Praticamente nessuno si farebbe operare da altri che un chirurgo. Purtroppo invece molti ritengono di poter affidare le analisi chimiche al primo che si presenta con uno strumento, più o meno sofisticato, dal quale esce un numero che indica la quantità di sodio presente nel campione che gli ha fornito. Quando l’Ordine denuncia una persona che ha svolto questa attività senza averne titolo, sta certamente facendo difesa della professione. Dobbiamo però chiederci a favore di chi venga fatta questa difesa. Certamente a favore dei chimici che avrebbero potuto fare quell’analisi al posto del non chimico. Ma lo fa anche e soprattutto a favore del cittadino, della pubblica amministrazione, e del giudice che deve usare i risultati di quella indagine in modo appropriato.
Qualcuno può chiedersi se non possa essere sufficiente semplicemente rivolgersi al laureato o ad un diplomato in una certa disciplina, senza che questo debba essere iscritto ad un ordine. Per essere iscritto un ordine si deve superare un esame di Stato. L’esame di Stato ha lo scopo di verificare la capacità di applicare alla realtà pratica le conoscenze acquisite durante gli studi. Si tratta quindi di un modo per mettere in pratica la verifica del detto popolare “tra il dire e il fare…”. Si è detto che l’esame di Stato rappresenta una barriera per l’accesso alla professione. Vi inviterei per questo a verificare qual è la percentuale dei non idonei agli esami di Stato di tutte le professioni tecniche. Scopirete che la presunta barriera è un falso problema: la stragrande maggioranza dei candidati (superiore al 90%) lo supera, dopo essersi appropriatamente preparato, senza particolari affanni.
L’ordine svolge il suo ruolo a favore dei destinatari delle attività fatte dai professionisti anche quando è chiamato a vigilare sul comportamento dei suoi iscritti.
Ad esempio dal 2012 la legge prevede che i professionisti svolgano attività di aggiornamento professionale continuo. Questo aggiornamento è necessario proprio a favore di coloro verso i quali sono rivolte le attività. Oppure controlla che il professionista si sia dotato di una assicurazione per la responsabilità civile professionale a tutela degli eventuali danni patrimoniali che potrebbe causare. Controlla tutta una serie di comportamenti non definiti dalla legge ma espresse nei codici deontologici. Controlla che l’attività svolta sia indipendente e priva di conflitto di interessi.
A me pare che questi controlli siano sacrosanti. Ci si può chiedere se questi controlli debbano essere fatti da una cosa che si chiama Ordine o Collegio. Vi chiedo perché no? Ordini e collegi sono comunque enti pubblici non economici, che non costano niente allo Stato visto che vivono dei soli proventi delle tasse annuali pagate dagli iscritti. Vogliamo che la funzione di controllo venga svolta dalla Camera di Commercio, Industria, Artigianato ed Agricoltura. In realtà la mia risposta è no! La professione libera non è infatti un’attività economica volta alla produzione di un bene o di un servizio, ma è un’attività intellettuale priva di materialità, quindi estranea agli scopi della CCIAA. Fare confusione su questo vuole dire voler, probabilmente coscientemente, creare nebbia per nascondere gli interessi di qualcuno. Tra i più feroci critici del sistema ordinistico ci sono le associazioni datoriali, con in testa Confindustria. Pensate, nel mio settore, se fossi costretto a classificare i rifiuti speciali non in base ad un’autonomia di giudizio derivante dalle mie conoscenze del campione di rifiuto che ho analizzato ma sulla base dell’interesse dell’impresa perché non dovrei rispondere ad altri che al mio committente. Ne avremmo un vantaggio come cittadini o uno svantaggio? Quindi non permettiamo che che gli Ordini spariscano per mettere i professionisti sotto il controllo di coloro che ai professionisti si devono rivolgere. Stare sotto il controllo di coloro le cui attività devono essere criticate o verificate da professionisti abilitati, porterebbe ad uno stravolgimento dell’utilità di questi controlli, soprattutto oggi che molte di queste attività vengono svolte dalle imprese secondo il principio dell’autocontrollo. Che potere avrei sul datore di lavoro di un’impresa che mi costringesse ad certificare in proprio favore, sapendo che il controllo su di me ce l’avrebbe comunque solo lui?. Lasciamo che i professionisti vengano controllati da chi può permettersi di rimanere super partes e ci costringa ad agire secondo scienza e coscienza.

Sul pane al carbone vegetale

C’è un giornale che titola a 9 colonne (è metaforico. Esistono sempre i giornali a 9 colonne?) “Vietato il pane fatto con un colorante”. Il colorante in questione si chiama E153, ovvero il carbone vegetale. Siccome siamo un po’ sprovveduti su queste cose, quando leggiamo che una certa cosa è un colorante subito ci allarmiamo e pensiamo alla truffa. Poi però andiamo in farmacia perché abbiamo problemi di meteorismo, e compriamo una boccetta di capsule con carbone vegetale, nel prendiamo 1 g mezz’ora prima del pasto, 1g mezz’ora dopo il pasto, risolviamo il problema e visto che sulla boccetta non c’è scritto che quello è chiamato anche e153, siamo tutti contenti e forse profumati.
In realtà le cose sono un po’ diverse. Ci sono un sacco di cose naturalissime che sono classificate con una sigla e tutto ciò che è indicato con una E seguita da un numero a 3 o 4 cifre, ha avuto una valutazione scientifica relativa alla sua sicurezza. In genere tutti gli additivi alimentari sono classificati così. A volte il risultato è stato quello di vietare quella certa sostanza, altre volte è stato quello di autorizzarla. Nello specifico, il famigerato E153, carbone vegetale, è stato valutato come sicuro ed i risultati della valutazione possono essere letti in tranquillità dal sito dell’Agenzia Europea sulla Sicurezza Alimentare, con sede a Parma. 
C’è poi un’altra considerazione da fare in materia di diritto. In un sistema dittatoriale vale la regola che tutto ciò che non è permesso è vietato. In un sistema democratico, come quello in cui viviamo noi, fino a prova del contrario, vale la regola che è permesso tutto ciò che non è vietato.
Non esiste una legge che vieti l’utilizzo del carbone vegetale nei prodotti da forno fini e la stessa legge (lasciamo stare che sia un Regolamento europeo che per noi ha lo stesso valore; il Regolamento è il 1333/2008 come modificato dal Reg. 1129/2011) dice che non si può usare nel pane. Infatti l’allegato II, parte A, tabella 2, “Alimenti in cui non può essere autorizzata la presenza di un colorante in virtù del principio del trasferimento di cui all’articolo 18, paragrafo 1, lettera a), del Regolamento (CE) n. 1333/2008”, 14. Pane e prodotti simili. Nella parte D dello stesso allegato nella categoria 7, prodotti da forno, il pane (7.1) viene definito come il prodotto preparato unicamente con i seguenti ingredienti: farina di frumento, acqua, lievito di birra o lievito, sale (e mi chiedo cosa succede se la farina invece che di frumento è con altri 6 cereali o se aggiungo semi di sesamo, di girasole o altro. Lo posso chiamare ancora pane? Ma lasciamo stare). Al numero 7.2 ci sono i prodotti forno fini, senza specificazione di cosa siano. C’è però la linea guida europea del dicembre 2013, scaricabile da sito del ceirsa, che si chiama “Guidance document describing the food categories in Part E of Annex II to Regulation (EC) No 1333/2008 on Food Additives“. Per il punto 7.2 dà questa definizione “This category covers sweet, salty and savoury products, including prepared doughs for their preparation, such as cookies, cakes, muffins, doughnuts, biscuits, rusks, cereal bars, pastries, pies, scones, cornets, wafers, crumpets, pancakes, gingerbread, éclairs, croissants, as well as unsweetened products such as crackers, crisp breads and bread substitutes. In this category a cracker is a dry biscuit (baked product based on cereal flour), e.g. soda crackers, rye crisps, matzot”. Traducendo con google translator viene “Questa categoria comprende prodotti dolci, salati e saporiti, tra cui impasti preparati per la loro preparazione, come i cookies, torte, muffin, ciambelle, biscotti, fette biscottate, barrette di cereali, dolci, torte, biscotti, coni, cialde, frittelle, frittelle, pan di zenzero, bignè, cornetti, così come i prodotti senza zucchero, come cracker, pane croccante e sostituti del pane. In questa categoria un cracker è un biscotto secco (prodotto cotto a base di farina di cereali), ad esempio soda crackers, patatine segale, matzot”. La linea guida non è una legge, ma certo impegna gli Stati, i controllori e gli operatori in modo serio, seppur non vincolante.
Un prodotto ottenuto mescolando farina di frumento, acqua, lievito, sale e carbone vegetale non lo posso chiamare pane (siamo d’accordo), ma può essere considerato in una delle categorie sopra elencate? Dopodiché mescolare farina di frumento, acqua, lievito, sale e carbone vegetale è vietato? Non rispondiamo “non è consentito”, perché così potremmo rispondere se fossimo in un regime autoritario. Dobbiamo solo chiamare il prodotto in modo diverso da “pane”.