Saccente, presuntuoso, arrogante e antipatico

Era il 1977. Avevo appena 14 anni ma in famiglia si parlava di politica tutti i giorni. Babbo era assessore al personale del Comune di Pisa e in Consiglio comunale capogruppo del PCI c’era Massimo D’Alema. Non ci volle molto a prendere la tessera della FGCI ed a leggere Città Futura.

Andai all’assemblea nazionale degli studenti che si teneva al palazzetto dello sport di Pisa, praticamente a 500 metri da casa. Finì a seggiolate tra quelli della FGCI e gli altri, io in disparte che ero troppo piccolo.

Ci fu, non molto tempo dopo, un’assemblea al circolo Pace e Lavoro di Porta a Mare, davanti alle fabbriche, il cui protagonista era Massimo D’Alema in qualità di segretario nazionale della FGCI. C’era, nei suoi confronti, un’adorazione che ancora oggi a quarant’anni di distanza si percepisce in diversi ambienti del Partito Democratico a cominciare dall’attuale Sindaco della città e dal suo predecessore, oggi deputato. Nella mia ingenuità feci una domanda a Massimo (tra comunisti ci si dava del tu, mi avevano insegnato) sul perché il Partito (e di Partito con la P maiuscola c’è n’è sempre stato solo uno) non si ascoltassero i militanti ma le decisioni venissero sempre prese da altri e noi dovevamo solo eseguire e diffondere il verbo. La risposta di che le masse andassero guidate (“diciamo” che questo è il succo). Mio padre credo che fu molto orgoglioso del fatto ma io decisi di non rinnovare la tessera della FGCI perché avrei voluto essere ascoltato e non solo ascoltare.

Negli anni successivi mi sono avvicinato e allontanato a fasi alterne al partito ed a tutte le sue incarnazioni successive fino al momento della nascita del PD. Le parole di Veltroni al Lingotto mi convincevano nonostante con Veltroni non fossi andato d’accordo a causa del trattamento che riservò a noi di Radio Ulisse in occasione della Festa Nazionale dell’Unità a Tirrenia del 1982. Presi la tessera del PD a trent’anni di distanza dalla mia ultima iscrizione ad un partito.

Nel 2009, per le primarie post Veltroni, mi sono schierato con Ignazio Marino facendo centinaia di chilometri in macchina per andare a presentare la candidatura per tutta la provincia di Pisa e di Livorno e scarrozzando varie volte Marino quando veniva a Pisa. La scelta di schierarsi con lui era legata alla mia partecipazione agli incontri organizzati a livello nazionale da un gruppo di persone che volevano cambiare il modo di gestire il Partito, quelli che per un periodo si sono chiamati “i piombini” che organizzarono una specie di Lingotto 2 ed un’assemblea nella sede del nazionale PD. Non volevo più  che gli stessi che mi avevano allontanato con i loro atteggiamenti dalla mia prima esperienza politica continuassero ad imperversare nel nuovo partito, era l’ora di dire basta. Quel “con questi dirigenti non vinceremo mai” continuava a girarsi nella testa, convinto che fosse vero.

Alle primarie successive mi parve una scelta logica schierarsi con Matteo Renzi, che non era uno di quei dirigenti con cui non avremmo vinto mai. Ed invece vinse uno di quei dirigenti ed alle elezioni successive praticamente non rivincemmo. Quello che doveva essere un partito del rinnovamento anche delle facce rimaneva il Partito con la P maiuscola.

Alle primarie successive salvarono sul carro del nuovo un sacco di individui nei quali non mi riconoscevo. Non partecipo attivamente alle primarie, d’altra parte le truppe non mancano e di un tipo non schierato con nessuno dei ras locali non serve a nessuno. Alle elezioni comunali del mio paese il PD locale pare non accorgersi del cambiamento avvenuto nel partito a livello nazionale. Più che gli uomini sono i metodi decisionali che non cambiano, in perfetta sintonia con il “le masse vanno guidate” di vecchia memoria. Non rinnovo la tessera, e partecipo alla costituzione di una lista civica che ottiene un risultato fallimentare. Ma mi fido ancora di Renzi.

Non è così per molti amici. Loro, a distanza di un anno e mezzo dalla sua elezione a segretario del PD ed alla sua investitura a Presidente del Consiglio pensano che Renzi non vada più bene. Dicono che è saccente, presuntuoso, arrogante e antipatico. Il primo a dirlo è Massimo D’Alema. Ora trovatemi voi quattro aggettivi per definire Massimo D’Alema. Fatto? Bene, ora ditemi perché dovrei tornare indietro e scegliere la continuità con chi per quarant’anni della mia vita mi ha deluso e non è mai riuscita a convincere la maggioranza degli italiani, perché gli aggettivi dispregiativi utilizzati sono gli stessi, quindi il problema qui non sono gli uomini. Sono le cose che si stanno facendo e quelle che non si è mai riusciti a fare.

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