Ragù vegano

Se in questo periodo entri in un qualsiasi qualunque supermercato ti accorgi che c’è sempre un angolo con alimenti vegetariani e vagani. Può essere la spinta della moda o più probabilmente la constatazione che sempre più persone decidono di alimentarsi senza ricorrere allo sfruttamento degli animali. Si può essere d’accordo o meno, pensare che se siamo nati onnivori un motivo ci sarà, ma è un fatto quello dell’attenzione dei produttori di alimenti a questo segmento del mercato. 

Qualunque prodotto di questo genere, dai burger vegetali alle crocchette di soia, dai salumi di germe di grano o lupino ai sugi vegani per la pasta, tutti costano intorno ai 3€ o 3€ e 50, sia al supermercato che nel negozio specializzato iperbiologico. Vuol dire che c’è stata una ricerca di mercato che ha individuato in quel prezzo il target che i sensibili al l’argomento sono disposti a spendere. 

Molti di questi prodotti sono veramente gradevoli al palato, come hanno constatato i miei familiari questo week end durante il quale hanno voluto provare se questa roba è mangiabile. 

Certo non sarebbe andata così bene se avessi fatto assaggiare loro un ragù vegano con seitan che ho provato oggi, incuriosito dal nuovo attore che si presenta sul mercato. Una roba immangiabile. Signori cari, direbbe quello, la qualità di quello che avete proposto è ingiudicabile. Ma li assaggiate prima i vostri prodotti? Siete entrati nel business solo perché è un business? Farete poca strada. 

Il seitan non è male, ma la qualità del pomodoro che avete usato è pessima!

Basta con i 25 anni

Nei lavori dell’assemblea costituente ci sono le tracce dell’acceso dibattito rispetto alla differenziazione tra l’elettorato attivo e quello passivo. Da quella discussione scaturì il fatto che un diciottenne può votare per l’elezione dei deputati alla camera ma non può essere eletto fino ha che non ha compiuto i 25 anni. Inoltre per poter votare per il Senato della Repubblica occorre aver compiuto 25 anni ma per essere eletti bisogna averne compiuti almeno 40. Già questa cosa da sola potrebbe essere sufficiente per volere l’eliminazione del Senato elettivo. Infatti non avendo più ragione dell’esistenza di una differenziazione nell’età per votare ed essere votati; eliminando la differenza le due camere finirebbero con avere sia lo stesso elettorato attivo che lo stesso elettorato passivo rendendo inutile una delle due. Ma credo che sarebbe giunta anche l’ora di eliminare la differenziazione che c’è tra diritto di votare e diritto ad essere votati. Per quale motivo i cittadini di età tra i 18 e i 25 anni non devono essere rappresentati nel parlamento italiano?

Perché non un milione?

Ci sono tante considerazioni da fare, sia sulla proposta specifica di riforma costituzionale, sia sulla situazione generale. Nello specifico, la proposta di andare verso una sorta di monocameralismo, è una nostra proposta che ha più di 30 anni: “Una riforma istituzionale deve puntare quindi a rafforzare la capacità del parlamento di attrezzarsi per contare sugli orientamenti fondamentali dell’economia, sulle questioni della politica internazionale, sull’avvenire della scienza e della cultura nazionale, sui grandi temi della giustizia e dei servizi sociali.Per dare tempestività e chiarezza a questa effettiva funzione di direzione del paese noi proponiamo di costituire una sola Camera Ciò consentirebbe di snellire fortemente le decisioni e al tempo stesso di evitare l’eccessiva moltiplicazione e ripetizione delle sedi e dei momenti di contrattazione politica e sociale, come avviene con il bicameralismo attuale , con un evidente incremento delle pressioni corporative. Il monocameralismo che proponiamo porterebbe inoltre ad un utile riduzione del numero dei parlamentari , alla concentrazione e al potenziamento dei servizi, ad una maggior razionalità e modernità delle strutture e dell’organizzazione del parlamento” Enrico Berlinguer, Economia , Stato, Pace: l’iniziativa e le proposte del PCI – Rapporto, conclusioni e documento politico del XVI Congresso Editori Riuniti, 1983.

La proposta fu ribadita dall’Ulivo di Prodi nel 1996: “Il Senato dovrà essere trasformato in una Camera delle Regioni, composta da esponenti delle istituzioni regionali che conservino le cariche locali e possano quindi esprimere il punto di vista e le esigenze della regione di provenienza.

Il numero dei Senatori (che devono essere e restare esponenti delle istituzioni regionali) dipenderà dalla popolazione delle Regioni stesse, con correttivi idonei a garantire le Regioni più piccole. […]

I poteri della Camera delle Regioni saranno diversi da quelli dell’attuale Senato, che oggi semplicemente duplica quelli della Camera dei Deputati. Alla Camera dei Deputati sarà riservato il voto di fiducia al Governo. Il potere legislativo verrà esercitato dalla Camera delle Regioni per la deliberazione delle sole leggi che interessano le Regioni, oltre alle leggi costituzionali.

Quindi di cosa stiamo parlando?

E infatti dei 513.450 emendamenti, 63 sono quelli presentati dal PD, 194 quelli del Movimento 5 Stelle, ma 1.075 da Forza Italia e 510.293 dalla Lega Nord, i campioni della democrazia e riguardano solo la parte della riforma modificata dalla Camera. Calderoli, che li ha preparati con l’aiuto di un programmino per computer, ha detto che spera di fermare la riforma con l’aiuto della minoranza del PD. Sono curioso di vedere cosa risponderanno nel concreto. 

Saccente, presuntuoso, arrogante e antipatico

Era il 1977. Avevo appena 14 anni ma in famiglia si parlava di politica tutti i giorni. Babbo era assessore al personale del Comune di Pisa e in Consiglio comunale capogruppo del PCI c’era Massimo D’Alema. Non ci volle molto a prendere la tessera della FGCI ed a leggere Città Futura.

Andai all’assemblea nazionale degli studenti che si teneva al palazzetto dello sport di Pisa, praticamente a 500 metri da casa. Finì a seggiolate tra quelli della FGCI e gli altri, io in disparte che ero troppo piccolo.

Ci fu, non molto tempo dopo, un’assemblea al circolo Pace e Lavoro di Porta a Mare, davanti alle fabbriche, il cui protagonista era Massimo D’Alema in qualità di segretario nazionale della FGCI. C’era, nei suoi confronti, un’adorazione che ancora oggi a quarant’anni di distanza si percepisce in diversi ambienti del Partito Democratico a cominciare dall’attuale Sindaco della città e dal suo predecessore, oggi deputato. Nella mia ingenuità feci una domanda a Massimo (tra comunisti ci si dava del tu, mi avevano insegnato) sul perché il Partito (e di Partito con la P maiuscola c’è n’è sempre stato solo uno) non si ascoltassero i militanti ma le decisioni venissero sempre prese da altri e noi dovevamo solo eseguire e diffondere il verbo. La risposta di che le masse andassero guidate (“diciamo” che questo è il succo). Mio padre credo che fu molto orgoglioso del fatto ma io decisi di non rinnovare la tessera della FGCI perché avrei voluto essere ascoltato e non solo ascoltare.

Negli anni successivi mi sono avvicinato e allontanato a fasi alterne al partito ed a tutte le sue incarnazioni successive fino al momento della nascita del PD. Le parole di Veltroni al Lingotto mi convincevano nonostante con Veltroni non fossi andato d’accordo a causa del trattamento che riservò a noi di Radio Ulisse in occasione della Festa Nazionale dell’Unità a Tirrenia del 1982. Presi la tessera del PD a trent’anni di distanza dalla mia ultima iscrizione ad un partito.

Nel 2009, per le primarie post Veltroni, mi sono schierato con Ignazio Marino facendo centinaia di chilometri in macchina per andare a presentare la candidatura per tutta la provincia di Pisa e di Livorno e scarrozzando varie volte Marino quando veniva a Pisa. La scelta di schierarsi con lui era legata alla mia partecipazione agli incontri organizzati a livello nazionale da un gruppo di persone che volevano cambiare il modo di gestire il Partito, quelli che per un periodo si sono chiamati “i piombini” che organizzarono una specie di Lingotto 2 ed un’assemblea nella sede del nazionale PD. Non volevo più  che gli stessi che mi avevano allontanato con i loro atteggiamenti dalla mia prima esperienza politica continuassero ad imperversare nel nuovo partito, era l’ora di dire basta. Quel “con questi dirigenti non vinceremo mai” continuava a girarsi nella testa, convinto che fosse vero.

Alle primarie successive mi parve una scelta logica schierarsi con Matteo Renzi, che non era uno di quei dirigenti con cui non avremmo vinto mai. Ed invece vinse uno di quei dirigenti ed alle elezioni successive praticamente non rivincemmo. Quello che doveva essere un partito del rinnovamento anche delle facce rimaneva il Partito con la P maiuscola.

Alle primarie successive salvarono sul carro del nuovo un sacco di individui nei quali non mi riconoscevo. Non partecipo attivamente alle primarie, d’altra parte le truppe non mancano e di un tipo non schierato con nessuno dei ras locali non serve a nessuno. Alle elezioni comunali del mio paese il PD locale pare non accorgersi del cambiamento avvenuto nel partito a livello nazionale. Più che gli uomini sono i metodi decisionali che non cambiano, in perfetta sintonia con il “le masse vanno guidate” di vecchia memoria. Non rinnovo la tessera, e partecipo alla costituzione di una lista civica che ottiene un risultato fallimentare. Ma mi fido ancora di Renzi.

Non è così per molti amici. Loro, a distanza di un anno e mezzo dalla sua elezione a segretario del PD ed alla sua investitura a Presidente del Consiglio pensano che Renzi non vada più bene. Dicono che è saccente, presuntuoso, arrogante e antipatico. Il primo a dirlo è Massimo D’Alema. Ora trovatemi voi quattro aggettivi per definire Massimo D’Alema. Fatto? Bene, ora ditemi perché dovrei tornare indietro e scegliere la continuità con chi per quarant’anni della mia vita mi ha deluso e non è mai riuscita a convincere la maggioranza degli italiani, perché gli aggettivi dispregiativi utilizzati sono gli stessi, quindi il problema qui non sono gli uomini. Sono le cose che si stanno facendo e quelle che non si è mai riusciti a fare.

Una delle tante bischerate che mi passano per la testa

si riferisce alla serata inaugurale di Expo condotta da Bonolis.

Ad un certo punto presenta il pianista Lang Lang e fa una serie di battute arridendo al fatto che l’artista pare scandalizzato dal fatto che il presentatore gli chieda quale è il nome e quale il cognome. “Ma hanno due significati diversi” e lì risate.

Io mi ricordo che quando ero piccolo in Cina comandava il signore del libretto rosso che tutti noi ed i giornali e la televisione chiamavamo Mao Tse-Tung. Poi da grande un giorno sentii parlare di Mao Zedong e mi ci volle un po’ per capire che erano la stessa persona.

Il problema è che il modo di scrivere cinese ed il nostro sono molto diversi e non immediatamente corrispondenti. Così per scrivere casa un cinese scrive 家, ma per un nome, ed i nomi non si traducono, le cose sono più complicate. 毛澤東 negli anni sessanta veniva interpretato, sulla base della pronuncia in cinese e di una approsdimazione fonetica, come Mao Tse-Tung. Ad un certo punto qualcuno ha detto che pronunciato in quel modo il nome non suonava come quello cinese ed ha proposto che il suono fosse più simile a Mao Zedong (ho approssimato molto la spiegazione, ma spero che si sia capito).

Il pianista cinese di fama internazionale che ha partecipato alla serata inaugurale di expo si chiama 郎朗. Se osservate bene gli ideogrammi capite bene che il cognome e nome sono diversi in modo non eclatante ma assolutamente significativo. Siccome nessuno dei 4 segni che vediamo è esattamente corrispondente a lettere di un alfabeto occidentale, ma per tradurre si fa riferimento alla pronuncia, non si è trovato di meglio che tradurre 郎 con Lang e 朗 con Lang. Così in italiano questo tizio pare abbia lo stesso nome e cognome (e di situazioni simili ce ne sono tra gli italiani magari con un nome sl singolare ed il cognome al plurare), Lang Lang che però in cinese è 郎朗.

Insomma prima di prendere qualcuno per i fondelli, magari ci si potrebbe informare.