Lo sprovveduto di Roma

Devo fare una premessa. Nutro nei confronti di Ignazio Marino un affetto che deriva da una frequentazione per il quale le poche volte che ci incontriamo oggi ricordiamo quei tempi piacevolmente.

Nella vicenda che sta sconvolgendo la politica romana, con gli arresti, le mazzette, i mungitori di mucche, trovo che chi chiede le dimissioni di Marino faccia il legittimo gioco che ci si aspetta da chi vive di politica. Quello che faccio più fatica a capire sono i giudizi di coloro che da privati cittadini giustamente si scagliano contro i politici corrotti, il malaffare ed il sono tutti uguali.  Quando urliamo, sbraitiamo e ci indigniamo del magna magna e vogliamo mandarli tutti a casa sappiamo che comunque qualcuno poi lì, nelle stanze del palazzo, in quelle dove si prendono le decisioni e si governa una città, qualcuno deve pur andare. Non vogliamo più che ci vadano i politici di mestiere, quelli che se non ci fosse la politica con le sue prebende ed i vitalizi non riuscirebbero a mangiare (l’avete sentito qualche giorno fa l’ultimo segretario del PCI?), ma devono andarci le persone per bene, quelli della società civile, quelli che come noi lavorano tutto il giorno e sudano le proverbiali sette camicie. Se poi però quelli come noi, come me, che siamo operati, impiegati o chirurghi di fama internazionale, non abbiamo gli strumenti per capire che chi ci circonda è un farabutto perché con la farabuttitudine non abbiamo frequentazioni e che quelli che dovrebbero aiutarci a capirlo in realtà sono conniventi con i malavitosi, siamo proprio sicuri che ce la dobbiamo prendere con chi viene preso in mezzo?

Quando ce la prendiamo con Marino perché non si è accorto e quindi è responsabile io mi chiedo, io me ne sarei accorto? Sarei per questo responsabile? Se la risposta è si, allora agiamo in modo coerente e lasciamo sempre la gestione delle città e dello Stato ai politici di mestiere, che invece sanno come fare.

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