Maratona di Lucca 2013

La maratona di Lucca del 2009 è stata la mia prima maratona ed era la prima anche per Lucca. La corsi in gran parte insieme a Luisella che purtroppo ormai ha smesso dopo l’alluvione di 3 anni fa che colpì casa sua. La finii in 4h 26′ 22″, anche se ero sicurio che l’avrei finito in meno di 4 ore, e già mi sembrò un miracolo. Al 40° un tizio dal pubblico mi incitò dicendomi “dai che è finita, forza” e io gli risposi “ma perché c’è qualcuno che la rifà?”. Non so cosa abbia fatto quel qualcuno perché io oggi ho corso la mia quattordicesima ed avrebbero potuto essere di più se Sandy l’anno scorso non c’avesse messo lo zampino ed una verruca sotto lo zampino non c’avesse pensato la scorsa primavera.
La maratona di Lucca di quest’anno per me era una cosiddetta tune up, ovvero una tappa di avvicinamento alla maratona vera che vorrei correre, quella dove mi piacerebbe fare il tempo, insomma un allenamento per Firenze. Come spesso accade e l’amica Chiara, psicologa dello sport con cui ho parlato qualche giorno fa, mi ha confermato queste corse si rivelano spesso più produttive di quanto preventivato perché la testa è libera da pensieri confondenti e l’ansia da prestazione che spesso ci debilita ed annichilisce non ha motivo di presentarsi a chiedere il conto.
Fino a quando non sono partito non avevo deciso che tipo di corsa avrei fatto anche se avevo impostato il GPS per accompagnami lungo il tragitto scandendo dei ritmi per stare intorno ai 5′/km. I partenti erano circa 700, quindi non tanti, cosa che mi ha permesso di rimanere abbastanza vicino ai vari gruppi di pacemaker. Già dopo un paio di km i palloncini delle 3 ore a 45 minuti erano alle mie spalle ed intravedevo qualche centinaio di metri davanti a me quelli delle 3 ore e 30.
Al quarto km si è inserito nella corsa Matteo che oggi doveva correre un lungo più o meno ai ritmi che volevo tenere io. Dopo poco abbiamo incontrato ai lati della strada gli amici del PUPPa Team (Podisti Uniti Per la Patata) che ci hanno incitato e scattato qualche foto. Noi parlavamo e ci chiedevamo come mai i pacemaker delle 3h30′ fossero così avanti visto che il nostri GPS indicavano un ritmo più veloce di quello che avrebbero dovuto seguire loro. All’ottavo, subito fuori della città, li abbiamo raggiunti e ci siamo accodati. Era un bel gruppo di podisti, forse una cinquantina. Ci siamo detti che era piacevole correre così in gruppo, si sente meno la fatica. Ma c’è anche gente che non vorresti proprio ascoltare. Ma nessuno ha insegnato a questi qui che durante la corsa NON si parla di corsa ma di altro. Francamente sentire le prestazioni di quello e di quell’altro non mi interessa in generale, figuriamoci in corsa. Eppoi parlare delle proprie prestazioni non è da gentiluomini! Insomma, prima del 10° Matteo ha fatto un piccolo allungo per andarmi a prendere la bottiglietta d’acqua al ristoro e non farmi intruppare nella calca. Gli sono molto grato per questo. Anche perché la calca effettivamente c’è stata, i palloncini delle 3:30 sono rimasti dietro ed io ho cominciato ad andare a 4’50″/km. Dopo qualche km mi sono girato indietro e Matteo non l’ho visto più. Mi sono girato indietro ed anche i palloncini non c’erano più. Che stia andando così forte. La cosa strana è che sono passato alla mezza in 1h 44′ 50″ ovvero 10″ più veloce di quanto avrei dovuto fare se avessi voluto finirla in 3h30′ ed i pacemaker erano ben più distanziati.
Tutto bene ed a buon ritmo fino al 28° quando la linguetta della scarpa sinistra ha cominciato a darmi fastidio ed a premermi sulla fiocca. Ho sopportato un po’ poi però mi sono detto che non valeva la pena continuare a sentire quella cosa lì e pensare solo a quello, così mi sono fermato per sistemare la scarpa. Avevo appena raggiunto uno, lui se n’è riandato.
Al 30° me la sono presa un po’ più comoda per bere dalla bottiglietta l’acqua che gentilmente ci è stata offerta. Non mi sono accorto di aver rallentato troppo. Il passo è rallentato di una decina di secondi ma poi sono stato raggiunto da qualcuno che mi ha fatto riprendere il ritmo giusto.
Al 36° ho accusato la stanchezza a cui si sono aggiunti crampi al tricipite della coscia destra. Ho provato a stirarmi senza smettere di correre e la cosa apparentemente ha avuto successo ma il ritmo è calato. Ho cominciato a sentire le voci di un gruppo che si avvicinava ed ho visto che i palloncini delle 3:30 erano lì, a circa 100 metri. Ho notato che il gruppo si era di molto assottigliato, con i pacemaker c’erano non più di 4-5 persone. È probabile che per recuperare lo svantaggio che avevano alla mezza abbiano accelerato perdendosi la maggior parte dei podisti. All’ingresso in città e prima di salire sulle mura per l’ultimo giro mi hanno raggiunto. “Dai Rossini forza, dai che hai un buon ritmo”. Sono rimasto con loro per un km, ma poi la stanchezza ed i crampi hanno avuto il sopravvento. Quel giro di muro lungo 4 km sembrava non finire mai. Mi hanno distanziato, io ho cominciato a fare i miei conti ovvero la cosa che mai e poi mai si deve fare in gara.
Quando siamo arrivati alla discesa sapevo che stava per finire. Le persone che mi incitavano che a più riprese ho trovato in quell’ultimo tratto mi hanno dato una forza difficile da descrivere. Sul mio volto si è stampato un sorriso come quello di chi vince al superenalotto una volta, poi due, poi tre. MI guardavo intorno e non conoscevo nessuno eppure loro incitavano me! Mentre mi guardavo intorno ho visto con la coda dell’occhio qualcuno che mi raggiungeva. Allora ho dato fondo a tutte le mie forze e come sempre mi accede nei finali delle gare, quando intravedo il tappeto colorato e l’arco dell’arrivo, le mie gambe cominciano a girare come fossi fresco come un merluzzo (sicuramente sudato come sono puzzo come un merluzzo). Speravo che lo speaker dicesse il mio nome, mi conosce. Forse l’avrà anche detto ma ero talmente contento di essere arrivato alla fine che se l’ha fatto io non me ne sono accorto.
Il tempo che segnava il mio GPS è stato di 3h 32′ 14″, mio personal best sulla distanza. Sono sicuro che c’entra il fatto che questa era solo una tune up.

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