Riflessioni su una tragedia

Dobbiamo farcene una ragione. L’immigrazione non si ferma. Qualunque legge noi facciamo quelli che scappano dai loro Paesi di quella legge non sanno nulla. Non c’è un Paese al mondo che sia riuscito a fermare l’immigrazione, neppure con le armi. Neppure negli Stati Uniti ce la fanno con centinaia di persone che ogni giorno arrivano dal confine con il Messico o sulle coste della Florida da Cuba.
A noi, ed anche a me, dà fastidio il vederli bighellonare nelle città magari attaccati a bottiglie di birra o pensarli responsabili di tanti piccoli atti di criminalità che rendono le nostre sere meno sicure. Ne vediamo ogni giorno a decine, ma vediamo meno le centinaia che ogni giorno lavorano al nero spesso sfruttati dai nostri connazionali e le migliaia che ogni giorno lavorano nelle imprese italiane. Hanno figli che vanno a scuola con i nostri figli. Li conosciamo come i genitori di Omar o di Aisha, ci parliamo e li mettiamo nelle conversazioni al bar per dire “io non sono razzista. Ne conosco tanti”. Perché quando li conosciamo ci rendiamo conto che sono brave persone proprio come noi. E lo sono perché si sono integrate. Allora forse la soluzione alle nostre paure è l’integrazione e non l’isolamento. E l’integrazione passa attraverso il riconoscimento dei diritti. Il primo è il diritto alla vita.
So già che qualcuno dirà “riconosceremo loro i diritti se rispetteranno i loro doveri”. Ma non è così. I diritti sono universali e riguardano tutti. Non riguardano il genere, non riguardano le preferenze sessuali, non riguardano la razza, non riguardano la religione, non riguardano ricchi o poveri, l’essere di un partito o l’essere nato in un territorio. I doveri invece riguardano la singola persona che se non li rispetta deve essere punita, Non si puniscono tutti gli uomini se un uomo commette un femminicidio, non si mettono in galera tutti gli italiani se un italiano commette un reato di mafia, e si può andare avanti senza scomodare il passato.
Il presente deve essere governato e non combattuto. Abbiamo bisogno di risolvere i bisogni e questo si fa mettendo la persona al centro della politica e non gli interessi.

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