Reddito minimo garantito

Alla proposta di dare un reddito minimo garantito a chi non trova lavoro sento rispondere da parte di alcuni, forse non a torto, che questo disincentiverebbe molti dal cercare un lavoro. I lavativi esistono ed il rischio che qualcuno possa approfittare della possibilità che questa cosa permetterebbe è probabilmente reale.

Ricordo che il reddito minimo garantito servirebbe ad eliminare tutte le altre forme di sostegno a chi perde il lavoro ricomprendendo cassa integrazione guadagni ed indennità di disoccupazione.

Tuttavia è probabile che ci possano essere sistemi per arginare il ricorso facile a questo istituto da parte di chi invece vorrebbe approfittarsene. Uno potrebbe essere quello di legare la possibilità di usufruire di questo assegno a condizione che non si rinunci, o si possa rinunciare un limitato numero di volte, al lavoro che l’ufficio di collocamento propone o all’attività di riqualificazione professionale da frequentare. La proposta potrebbe essere legata alla qualifica professionale per non costringere una persona qualificata a fare lavori che possano essere ritenuti degradanti. Insomma discutiamone.

Ma c’è anche un’altra cosa da considerare. In un Paese come il nostro dove il ricorso al lavoro nero raggiunge livelli impensabili, qualcuno sospetta che usufruirebbero del reddito minimo garantito anche coloro che avendo un reddito da lavoro irregolare risulterebbero ancora nullafacenti. Anche qui probabilmente un rimedio potrebbe esserci. Ricordate la stagione dei lavori socialmente utili? È vero che ci sono stati imbrogli ma perché non pensare alla possibilità che gli enti pubblici (circoscrizioni, comuni, ecc.) possano “creare dei lavori nel settore della produzione dei beni collettivi” (cit. Chiara Saraceno) “so anche che una proposta del genere può venire accusata di social dumping, nella misura in cui un comune o una regione potrebbe avvalersi di lavoro a basso costo invece di assumere. Tuttavia, in un periodo in cui la domanda di lavoro è poca, i bilanci magri, il patto di stabilità ferreo, ma il lavoro da fare molto, combinare, per chi può e vuole, un’ indennità decente di disoccupazione con un’ attività lavorativa a tempo parziale e determinato aiuterebbe da un lato a mantenere il capitale umano dei giovani e a valorizzare e non sprecare quello delle persone in età matura, dall’ altro a mantenere la qualità della vita nelle comunità locali” e, aggiungo io, ad impegnare coloro che percepirebbero quel reddito a non approfittarsi dell’istituto.

 

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Diritto alla salute e diritto al lavoro.

Leggo di nuovo oggi della necessità di garantire il diritto alla salute contemporaneamente al diritto al lavoro. È un principio sacrosanto. Per lavoro ho a che fare con questa cosa ogni giorno ma a volte non è possibile conciliare entrambi. L’articolo 41 della Costituzione e l’articolo 2087 del codice civile danno la priorità alla diritto alla salute. L’imprenditore che determina che nello svolgimento delle attività della sua impresa esiste un rischio per la salute deve far sottoporre i suoi dipendenti alla sorveglianza sanitaria. Se il medico competente, uno specializzato in medicina del lavoro, stabilisce che la persona non è idonea allo svolgimento quel lavoro l’obbligo del datore di lavoro è di spostarlo ad un’altra mansione per il quale abbia l’idoneità. Ma se un’altra mansione non esiste, e nelle micro aziende che popolano la realtà peoduttiva italiana spesso è così, l’imprenditore non può far altro che non assumere/licenziare il lavoratore per rispettare l’obbligo costituzionale e di codice civile, oltre che morale. A costo di risultare banale il lavoratore che non risultasse idoneo a quel particolare lavoro andrebbe sostenuto con un reddito fino a che non riuscirà a trovarne un altro perché senza la salute il resto conta poco.
Purtroppo siamo in una fase per la quale l’imprenditore vede la tutela della salute dei suoi lavoratori come un orpello mangiasoldi ed il lavoratore che ha un lavoro non ha intenzione di perderlo per nessuna ragione. La società si deve far carico di trovare una soluzione economicamente sostenibile per l’uno e convincere che dal bene dell’individuo deriva anche il bene dell’impresa e della collettività per l’altro.