1 marzo, Professional Day

Ci sono una serie di proposte sul tavolo per la cosiddetta riforma delle professioni, una delle quali è al voto in Parlamento oggi ed in questi giorni.
Io credo che sarebbe opportuno che tutti gli attori in gioco dovrebbero maggiormente confrontarsi in un dibattito pubblico in modo da far capire a tutti quello di cui stiamo parlando.
Guardo l’evento organizzato a Roma dall’Hotel Mediterraneo di Firenze in rappresentanza del Consiglio Nazionale dei Chimici. Sono stati invitati alcuni politici e noto con estremo dispiacere che al momento, dopo mezz’ora dall’inizio, non si è presentato nessuno del mio partito mentre sono presenti Sacconi e Siliquini del PdL e Mantini dell’UDC (più tardi è arrivato Cavallaro ma anche tanti altri del PdL tutti intervistati, Cavallaro per ultimo a giornata ormai finita). Si continua nel regalare un elettorato attivo pari a 2500000 professionisti più famiglie. Mi sembra assurdo.

Ma quali sono i nodi?
Ne ho già scritto qui. Chi spinge in modo più forte nella direzione dello smantellamento delle attività libero professionale è Confindustria. Il perché è facilmente intuibile. Per le imprese le attività professionali sono un costo e questi costi devono essere abbattuti. Togliere di mezzo gli ordini vuol dire fare quelle attività, chiamate erroneamente ma volutamente servizi, in proprio. In proprio vuol dire non liberamente ma condizionati dal fine dell’impresa. Ad esempio nel mio campo l’impresa chiama un chimico per fare le attività in autocontrollo per verificare il rispetto dei limiti imposti per lo scarico delle acque o per le emissioni in atmosfera. Se sono dipendente dell’impresa certificherò mai il superamento di detti limiti?
Si dice la riforma avrebbe come obiettivo l’aumento del PIL. Bisognerebbe sapere che in realtà il PIL esprime il valore complessivo dei beni e servizi prodotti all’interno di un Paese in un certo intervallo di tempo e destinati ad usi finali (consumi finali, investimenti, esportazioni nette); non viene quindi conteggiata la produzione destinata ai consumi intermedi, che rappresentano il valore dei beni e servizi consumati e trasformati nel processo produttivo per ottenere nuovi beni e servizi come sono in maggioranza le attività professionali.
Non capisco perché dietro questa mentalità antiliberale ed antilibertaria si accodi anche il sindacato dei lavoratori. Non trovo interventi nel merito che spieghino come il portare le attività professionali all’interno delle imprese possa portare vantaggi ai lavoratori.

Ci sono poi altri nodi.
Società professionali. Le società proposte prevedono la possibilità di inserire soci di capitale fino ad un nessuno del 33% del capitale sociale. Mi pare che il ministro Severino abbia chiaro il rischio che si corre nel momento in cui l’obiettivo della società professionale non è più la qualità della prestazione ma la remunerazione del capitale (tra l’altro mi sembra che il Ministro abbia le idee più chiare di alcuni andati lì a dire slogan vuoti). Cosa succederà se un professionista verrà sospeso dalla sua attività per aver sbagliato o non seguito scienza e coscienza o alterato i dati che ha trovato a funi non leciti? Continuerà a lavorare nella società sotto mentite spoglie? I guadagni della società saranno tassati secondo le imposte previste per le imprese (IRES) o delle persone fisiche (IRPEF)? I compensi della società formeranno reddito ai fini dei versamenti pensionistici?

Soci di capitale. Ci sono diverse professioni che sono assolutamente contrari alla presenza dei soci di capitale. Secondo me dovremmo fare delle differenziazioni. È probabile che notai e gli psicologi non abbiano vantaggi ad avere soci di capitale. Ma per le professioni tecniche, per esempio i chimici, potrebbero invece averne. Un giovane che volesse aprire un laboratorio chimico dovrebbe investire non meno di qualche centinaio di migliaia di euro in strumentazione. Se non sei di famiglia ricca, non potendo accedere a finanziamenti che coprano tutte le spese necessarie, forse il poter accedere a finanziamenti privati potrebbe essere utile.

Accesso alla professione. Siamo sicuri che sia così forte? Certo non vale per i chimici che in percentuali superiori al 90% superano l’esame di Stato e che non prevedono un tirocinio prima di affrontarlo.
Mi dicono gli avvocati che oggi iscritti all’Ordine degli Avvocati sono 240mila quando in Francia sono 40mila ed in Germania 30mila. Non conosco le cose di questa professione abbastanza ma i numeri sembrano inequivocabili.
Qui dobbiamo chiarire che avere un Ordine Professionale serve a garantire ai cittadini ed alle imprese la professionalità di chi opera in questo campo. Nessuna vieta ad un cittadino di andare a farsi curare da uno stregone, ma l’importante è che se invece si rivolge alla medicina ufficiale sia certo di trovarsi di fronte un medico e non uno stregone.

Termino. Questa giornata chiamata Professional Day mi sta sembrando piuttosto inutile. Tanti discorsi anti-definizione-di-casta, ma poche azioni concrete che vadano al di là della difesa. Dà la testimonianza di un disagio ma le proposte proposte sono le stesse presentate negli anni e nelle settimane scorse, senza attaccare il cuore del problema e l’offensiva confindustriale. Almeno questa è la mia impressione. Secondo me non si tratta di rimandare al mittente tutte le cosiddette innovazioni, ma di progettare il cambiamento. Come
professionisti siamo operatori delle idee e dell’ingegno. Facciamo valere questa nostra capacità senza chiuderci come invece alcune categorie fanno.

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