L’insegnamento della chimica nella scuola italiana

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L’Unità, pagina delle lettere, giovedì 15 marzo 2012

Può sembrare strano ma ci sono persone a cui la materia “chimica” piace. Io sono uno di quelli.
I risultati dei test di ammissione alle facoltà di medicina delle università fanno vedere come solo il 35% degli studenti diplomati nei licei italiani risponda correttamente alle domande di argomento chimico facendo della chimica la materia meno conosciuta. Si tratta di un problema che fa si che i giovani non scelgano la chimica come loro materia di studio universitario nonostante anche gli ultimi dati pubblicati da AlmaLaurea dimostrino che ad una anno dalla laurea in chimica l’85% dei laureati è occupato, valore tra i più alti tra tutte le discipline.
Credo che questo sia dovuto al fatto che nei licei la chimica è insegnata da docenti laureati in altre materie. Siccome questi sono soprannumerari per le loro materie di elezione allora sono state create le condizioni per far loro insegnare anche una materia scientifica per la quale evidentemente non hanno competenze adeguate.
Può uno Stato anteporre le giuste esigenze occupazionali di una categoria di docenti a quelle della categoria per la quale la scuola esiste, cioè gli studenti?

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Lo strano caso della Chimica

Mentre la mole delle scoperte scientifiche aumenta, paradossalmente diminuisce nelle scuole il numero delle ore dedicate alla Chimica, troppo spesso affidate a docenti neppure laureati in discipline chimiche. I Chimici: “Grave deficit formativo che compromette lo sviluppo del Paese”.

È una delle discipline che oggi potrebbe garantire le maggiori chances occupazionali per un giovane laureato. Eppure, nelle scuole secondarie italiane la Chimica viene insegnata sempre meno, per lo più accorpata ad altre materie scientifiche e molto spesso affidando la cattedra a docenti laureatisi in altro. Difficile, davvero difficile che qualche giovane studente se ne innamori al punto da farne una scelta universitaria e, quindi, di professione. Ma difficile, in queste condizioni, anche semplicemente far capire cos’è la chimica ai cittadini del domani: un deficit culturale che rischia di provocare danni clamorosi allo sviluppo del Paese.
La denuncia arriva dal Consiglio Nazionale dei Chimici e dall’Associazione Insegnanti Chimici in vista delle modifiche alle bozze delle nuove classi di concorso per l’insegnamento di questa materia nelle scuole superiori, su cui sta lavorando in questi giorni il Ministero dell’Istruzione: nell’ultima versione resa pubblica, infatti, l’attuale classe A013 (futura A-34), ovvero quella dei docenti laureati in discipline chimiche, rischia di venire esclusa dai nuovi licei. In pratica, l’insegnamento di questa materia non solo non sarà appannaggio esclusivo di chi possiede una laurea di tipo chimico, ma verrà affidato ai soli docenti in possesso del più generico titolo di dottore in scienze (naturali, biologiche, etc.), togliendo di fatto le cattedre proprio ai docenti chimici.
“Chi insegna chimica deve averne le competenze – dichiarano CNC e AIC – La conseguenza perniciosa che la chimica non venga insegnata dai chimici riaffiora nelle Università, dove sempre meno studenti scelgono la chimica come percorso di studi, evidentemente perché non sono stati messi in condizione di capirne il potenziale e le enormi prospettive professionali”. Il rischio, insomma, è quello di incrinare irrimediabilmente la formazione scientifica degli studenti italiani, assecondando una deriva di conoscenza chimica che stride con un mercato sempre più alla ricerca, invece, di esperti in questa materia: le molte imprese del settore e la crescente domanda di tecnologie pulite e sicure testimoniano come non si possa fare a meno di una approfondita padronanza della Chimica. Ma mentre il progresso richiede investimenti nell’educazione scientifica, la politica scolastica italiana aggrega sommariamente le varie discipline pregiudicando una formazione di qualità.
“Questa scelta avrà conseguenze soprattutto sulle generazioni future – sottolineano ancora CNC e AIC – La diminuzione del numero di ore di Chimica, la sua scomparsa come insegnamento a sé stante dai corsi di studio, l’affidamento delle cattedre a laureati non Chimici, svalutano le competenze scientifiche degli studenti, proprio mentre il ruolo del Chimico sta diventando sempre più essenziale nella società. Invitiamo il Ministero dell’Istruzione a riconsiderare le sue scelte”.

Io mi interesso

Caso Borsellino e primarie di Palermo.Non si può essere persona che va bene per ogni carica politica venga presentata in Sicilia; non l’avrei appoggiata pur riconoscendone i pregi e “la novità”.

Le primarie le vorrei sempre per selezionare i candidati a qualunque carica elettiva, perché non sopporto l’imposizione delle decisioni prese intorno a qualunque caminetto. Ma non vale solo per i candidati ma anche per la linea politica. Credo che dovremmo lavorare per far pesare l’opinione dei nostri elettori (ma potrei accontentarmi anche di quella degli iscritti se ricordate la polemica durante la campagna per l’elezione del segretario) su ogni decisione del partito. In un momento storico dove alla sfiducia nella politica si tende a rispondere con l’antipolitica alla Grillo, credo che invece si dovrebbe spingere alla partecipazione. Cosa si ottiene a dire “fanno tutti schifo”, “io a votare non ci vado più tanto sono tutti ladri”? In realtà questo fa il gioco di chi invece si fa eleggere ed approfitta della sfiducia della gente per fare i suoi comodi.

Insomma diciamo mi interesso, no me ne frego! Allora la partecipazione alle primarie vuol proprio affermare questo principio.

1 marzo, Professional Day

Ci sono una serie di proposte sul tavolo per la cosiddetta riforma delle professioni, una delle quali è al voto in Parlamento oggi ed in questi giorni.
Io credo che sarebbe opportuno che tutti gli attori in gioco dovrebbero maggiormente confrontarsi in un dibattito pubblico in modo da far capire a tutti quello di cui stiamo parlando.
Guardo l’evento organizzato a Roma dall’Hotel Mediterraneo di Firenze in rappresentanza del Consiglio Nazionale dei Chimici. Sono stati invitati alcuni politici e noto con estremo dispiacere che al momento, dopo mezz’ora dall’inizio, non si è presentato nessuno del mio partito mentre sono presenti Sacconi e Siliquini del PdL e Mantini dell’UDC (più tardi è arrivato Cavallaro ma anche tanti altri del PdL tutti intervistati, Cavallaro per ultimo a giornata ormai finita). Si continua nel regalare un elettorato attivo pari a 2500000 professionisti più famiglie. Mi sembra assurdo.

Ma quali sono i nodi?
Ne ho già scritto qui. Chi spinge in modo più forte nella direzione dello smantellamento delle attività libero professionale è Confindustria. Il perché è facilmente intuibile. Per le imprese le attività professionali sono un costo e questi costi devono essere abbattuti. Togliere di mezzo gli ordini vuol dire fare quelle attività, chiamate erroneamente ma volutamente servizi, in proprio. In proprio vuol dire non liberamente ma condizionati dal fine dell’impresa. Ad esempio nel mio campo l’impresa chiama un chimico per fare le attività in autocontrollo per verificare il rispetto dei limiti imposti per lo scarico delle acque o per le emissioni in atmosfera. Se sono dipendente dell’impresa certificherò mai il superamento di detti limiti?
Si dice la riforma avrebbe come obiettivo l’aumento del PIL. Bisognerebbe sapere che in realtà il PIL esprime il valore complessivo dei beni e servizi prodotti all’interno di un Paese in un certo intervallo di tempo e destinati ad usi finali (consumi finali, investimenti, esportazioni nette); non viene quindi conteggiata la produzione destinata ai consumi intermedi, che rappresentano il valore dei beni e servizi consumati e trasformati nel processo produttivo per ottenere nuovi beni e servizi come sono in maggioranza le attività professionali.
Non capisco perché dietro questa mentalità antiliberale ed antilibertaria si accodi anche il sindacato dei lavoratori. Non trovo interventi nel merito che spieghino come il portare le attività professionali all’interno delle imprese possa portare vantaggi ai lavoratori.

Ci sono poi altri nodi.
Società professionali. Le società proposte prevedono la possibilità di inserire soci di capitale fino ad un nessuno del 33% del capitale sociale. Mi pare che il ministro Severino abbia chiaro il rischio che si corre nel momento in cui l’obiettivo della società professionale non è più la qualità della prestazione ma la remunerazione del capitale (tra l’altro mi sembra che il Ministro abbia le idee più chiare di alcuni andati lì a dire slogan vuoti). Cosa succederà se un professionista verrà sospeso dalla sua attività per aver sbagliato o non seguito scienza e coscienza o alterato i dati che ha trovato a funi non leciti? Continuerà a lavorare nella società sotto mentite spoglie? I guadagni della società saranno tassati secondo le imposte previste per le imprese (IRES) o delle persone fisiche (IRPEF)? I compensi della società formeranno reddito ai fini dei versamenti pensionistici?

Soci di capitale. Ci sono diverse professioni che sono assolutamente contrari alla presenza dei soci di capitale. Secondo me dovremmo fare delle differenziazioni. È probabile che notai e gli psicologi non abbiano vantaggi ad avere soci di capitale. Ma per le professioni tecniche, per esempio i chimici, potrebbero invece averne. Un giovane che volesse aprire un laboratorio chimico dovrebbe investire non meno di qualche centinaio di migliaia di euro in strumentazione. Se non sei di famiglia ricca, non potendo accedere a finanziamenti che coprano tutte le spese necessarie, forse il poter accedere a finanziamenti privati potrebbe essere utile.

Accesso alla professione. Siamo sicuri che sia così forte? Certo non vale per i chimici che in percentuali superiori al 90% superano l’esame di Stato e che non prevedono un tirocinio prima di affrontarlo.
Mi dicono gli avvocati che oggi iscritti all’Ordine degli Avvocati sono 240mila quando in Francia sono 40mila ed in Germania 30mila. Non conosco le cose di questa professione abbastanza ma i numeri sembrano inequivocabili.
Qui dobbiamo chiarire che avere un Ordine Professionale serve a garantire ai cittadini ed alle imprese la professionalità di chi opera in questo campo. Nessuna vieta ad un cittadino di andare a farsi curare da uno stregone, ma l’importante è che se invece si rivolge alla medicina ufficiale sia certo di trovarsi di fronte un medico e non uno stregone.

Termino. Questa giornata chiamata Professional Day mi sta sembrando piuttosto inutile. Tanti discorsi anti-definizione-di-casta, ma poche azioni concrete che vadano al di là della difesa. Dà la testimonianza di un disagio ma le proposte proposte sono le stesse presentate negli anni e nelle settimane scorse, senza attaccare il cuore del problema e l’offensiva confindustriale. Almeno questa è la mia impressione. Secondo me non si tratta di rimandare al mittente tutte le cosiddette innovazioni, ma di progettare il cambiamento. Come
professionisti siamo operatori delle idee e dell’ingegno. Facciamo valere questa nostra capacità senza chiuderci come invece alcune categorie fanno.