Contestare l’arbitro

C’è stato un incontro tra il Presidente Monti, il Ministro Severino ed i vertici della Associazione Nazionale Magistrati.

Si è parlato della responsabilità civile dei giudici. Il tema è stato da noi discusso nel 1987 attraverso un referendum abrogativo promosso dal Partito Radicale e che ottenne l’80% dei votanti a favore dell’abrogazione di tre articoli del codice di procedura civile e la conseguente introduzione della responsabilità civile dei giudici. La legge che fu approvata all’indomani del referendum introdusse la responsabilità civile dei giudici per “dolo” e “colpa grave” escludendola negli altri casi.

In questi giorni si è sentito da più parti dire: se un medico chirurgo sbaglia un intervento, se un ingegnere sbaglia i calcoli per un ponte, se un professionista commette un errore, il suo cliente/paziente/o-chi-volete-voi può fargli causa e rivalersi civilmente nei suoi confronti. Allora perché la stessa cosa non si deve poter fare nei confronti dei giudici?

Io credo che ci sia un vizio linguistico nella discussione che deriva dalla commistione che c’è nel sistema italiano tra la magistratura inquirente e quella giudicante. Per il diritto latino le funzioni accusatorie e quelle giudiziarie sono svolte dai magistrati; nel common law, tipico del sistema anglosassone, l’accusatore è invece un avvocato, come avvocato è il difensore, ed il giudizio è dato da un giudice che quindi è completamente separato dall’una e dall’altra parte (forse conosciamo più questo sistema dai tanti film e telefilm visti).

Secondo me, se si parla di contestazione dell’accusatore, che deve rispondere del fatto se ha “rovinato” un cittadino con accuse non fondate, è giusto chiedere che questo debba rispondere del suo operato in tutte le occasioni. Rimane il problema legato al fatto che intentare una causa, contro chiunque la si voglia intentare, è una cosa costosa; questo vuol dire che sarà più facile farlo per chi ha la disponibilità economica per farlo rispetto ad un poveraccio.

Diversa è la situazione in cui si chieda di punire chi ha giudicato il fatto. A meno che non ci sia il dolo o la colpa, non credo sia corretto chiedere al giudice di pagare. Qui non c’è il rapporto professionista/cliente; qui il rapporto è tra il giudice e due parti, una che accusa ed una che si difende. Il giudizio che verrà emesso dipende da chi è più bravo a dimostrare la sua tesi. A meno che il giudice non sia “motivato” a propendere per una delle due parti, si deve pensare che il suo giudizio sia imparziale. È un po’ come succede nelle partite di un qualsiasi sport. Ci sono le volte in cui il Moggi di turno paga l’arbitro per far vincere la sua squadra; in quel caso l’arbitro scoperto viene radiato a vita da tutti i campi del regno. Ma la maggior parte delle volte l’eventuale errore, sempre che ci sia, deve essere giudicato come tale e non sfociare in una punizione.

Questo è un altro motivo per pensare che la separazione delle carriere non sia così sbagliata. Si avrebbe la possibilità di distinguere in modo netto tra le funzioni che il nostro ordinamento attribuisce a due figure che afferiscono entrambe alla magistratura ma fanno in realtà due mestieri completamente diversi.

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