Gli egoisti del PIL

Ovvero, è corretto l’assioma per cui il benessere di una società si basa solo sul PIL?

Oggi Antonio Pascale sul Corriere della Sera ci spiega che coloro che in questi mesi si affannano nello spiegare che occorrerebbe iniziare a parlare di decrescita per gestire la sostenibilità del pianeta terra in realtà sono degli egoisti. Dice Pascale “Purtroppo siamo soggetti a un’equazione matematica. L’ha scritta J. M. Keynes: Y (Pil) = C (consumi) + I (investimenti) + G (spesa pubblica) + X (differenza tra esportazioni e importazioni)

Nel 1968 Robert Kennedy disse:

Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow Jones né i successi del Paese sulla base del Prodotto Interno Lordo. Il PIL comprende l’inquinamento dell’aria, la pubblicità delle sigarette, le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine del fine settimana… Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione e della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia e la solidità dei valori familiari. Non tiene conto della giustizia dei nostri tribunali, né dell’equità dei rapporti fra noi. Non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio né la nostra saggezza né la nostra conoscenza né la nostra compassione. Misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta.

Visto che Pascale accusa i teoretici della decrescita di non aver mai studiato economia, io inviterei chi l’ha studiata a confrontarsi con altri che l’hanno studiata ed hanno concepito sistemi diversi per la misura del benessere, per esempio la Comunità Europea. Nel 2009, dopo la conferenza de 2007 “beyond the GDP” (al di là del PIL), ha pubblicato il resoconto “Non solo PIL. Misurare il progresso in un mondo in cambiamento“. Nell’incipit del documento di legge

Ormai il PIL è considerato anche un indicatore dell’intero sviluppo societario e del progresso in generale. Tuttavia, vista la sua natura e il suo scopo, il PIL non può costituire la chiave di lettura di tutte le questioni oggetto di dibattito pubblico. In particolare, il PIL non misura la sostenibilità ambientale o l’inclusione sociale ed occorre tenere conto di questi limiti quando se ne fa uso nelle analisi o nei dibattiti politici

E nelle conclusioni

Il prodotto interno lordo (PIL) è un possente indicatore, ampiamente riconosciuto, per controllare le fluttuazioni a corto e medio termine dell’attività economica, soprattutto durante l’attuale recessione. Nonostante i suoi difetti, rimane la migliore unità di misura dello stato di salute del mercato economico. Tuttavia, il PIL non è stato concepito per misurare con accuratezza il progresso economico e sociale a più lungo termine e, in particolare, la capacità di una società di affrontare questioni quali i cambiamenti climatici, l’uso efficiente delle risorse o l’inclusione sociale. Esistono validi motivi per completare il PIL con statistiche che riprendano gli altri aspetti economici, sociali ed ambientali dai quali dipende fortemente il benessere dei cittadini.

Pare che a distanza di 40 anni dall’uscita del libro “Limits to Growth” del 1972 ad opera del Club of Rome, e le conferme che anche recentemente sono state documentate (1, 2 basta registrarsi per leggere gli articoli) relativamente a quelle teorie, non siano prese in considerazione dai negazionisti dell’evidenza.

Abbiamo un problema legato al reperimento dell’energia e delle materie prime. Purtroppo anche l’economia non può andare contro le leggi della termodinamica, e sarebbe il caso che anche gli economisti facessero un paio di esami su questa materia. Per capire meglio i termini della questione io, per esempio, partirei da qui. Vista l’impopolarità della decrescita tra gli economisti ed i governanti, partiamo almeno dall’arresto della crescita in modo da sviluppare in modo più efficiente le risorse rinnovabili che oggi sono poco competitive in termini di ritorno energetico sull’investimento energetico.sotto controll

L’obiezione principale a questa richiesta è “quale diritto abbiamo noi di impedire la crescita nei Paesi in via di sviluppo?” Francamente mi sembra una domanda che serve solo a giustificare sé stessi. Quando mai è interessato lo sviluppo di quei Paesi africani o del Sud Est Asiatico? Anche Cina ed India li abbiamo visti inizialmente solo come Paesi da invadere con i nostri prodotti (quanti ricordano la visita di Nixon in Cina?), come mercati per aumentare le esportazioni e da lì aumentare il valore della X nella formula di Keynes. Invece oggi il loro sviluppo tenuto sotto controllo dai governi locali permette ancora a noi di approvvigionarci a prezzi aumentati ma sotto controllo delle fonti energetiche e delle materie prime che permettono alla nostra società di non crollare, al momento, ed essere punto di arrivo dei prodotti fabbricati là. Nessuno dei grandi economisti l’aveva previsto! Tutti a parlare da colonizzatori, pensando di essere ancora nel XIX secolo, e adesso a cercare il modo di sopravvivere da colonizzati.

Che mente, il mentaio

Ieri il capogruppo al Senato del PdL ha dichiarato che il governo non può fare alcune riforme velocemente ed altre lentamente.
Francamente non capisco la logica del ragionamento. Ma visto che è una cosa per la quale serve applicare la mente non mi stupisco che questo signore lo abbia fatto malamente.

Primarie di coalizione

Adesso “scende in campo” anche il compagno Marini. E lo fa dicendo “si devono fissare le regole delle primarie di coalizione, perché non è possibile che ci siano più candidati dello stesso partito. Il candidato del PD deve essere uno ed uno solo”. La posizione non è peregrina. Allora qualcuno, tra cui Vassallo, dice facciamo le pre-primarie per scegliere il candidato del nostro partito. La loro risposta è no! Qualcuno dice che chiedere le pre-primarie è una posizione “gianduiesca”.
Allora intendiamoci, se la scelta del candidato del PD la fanno i soliti noti nelle chiuse stanze io, per quello che conto, non ci sto (poi sarebbe curioso fare la scoperta che le primarie di coalizione si perdono anche così)!
Il fatto è che il PD è già una coalizione e tanto varrebbe lavorare affinché SEL fosse parte del PD e così IdV (cosa che tra l’altro era scritta negli accordi del 2008).
Il problema, a mio parere, è un altro. Una larga parte degli elettori del nostro partito preferisce Vendola a Fioroni e se per cencelliscamente accontentare tutti i capi corrente la scelta dei candidati la fa la segreteria, comunque gli elettori come me voteranno “gli altri” anche se il candidato PD alle primarie è uno solo.

Monti e la copertina del Time

Quante volte in questi giorni abbiamo visto la faccia di Monti sulla copertina di Time?

Ma l’edizione americana di Time di questa settimana ha questa copertina:

Un po’ diversa da quella che ci hanno fatto vedere i giornali italiani. In effetti quella con la faccia di Monti c’è, ma è l’edizione Europea, ed anche quella Asiatica e del Sud Pacifico.

Cosa si impara da questo? Che all’americano medio di cosa succede nel mondo non importa un fico secco, meglio una ricerca senza significato sull’amicizia degli animali. Quello colto invece può darsi che sappia addirittura che l’Italia è in Europa (ma forse potrebbe essere in Asia o nel Sud Pacifico…).

Contestare l’arbitro

C’è stato un incontro tra il Presidente Monti, il Ministro Severino ed i vertici della Associazione Nazionale Magistrati.

Si è parlato della responsabilità civile dei giudici. Il tema è stato da noi discusso nel 1987 attraverso un referendum abrogativo promosso dal Partito Radicale e che ottenne l’80% dei votanti a favore dell’abrogazione di tre articoli del codice di procedura civile e la conseguente introduzione della responsabilità civile dei giudici. La legge che fu approvata all’indomani del referendum introdusse la responsabilità civile dei giudici per “dolo” e “colpa grave” escludendola negli altri casi.

In questi giorni si è sentito da più parti dire: se un medico chirurgo sbaglia un intervento, se un ingegnere sbaglia i calcoli per un ponte, se un professionista commette un errore, il suo cliente/paziente/o-chi-volete-voi può fargli causa e rivalersi civilmente nei suoi confronti. Allora perché la stessa cosa non si deve poter fare nei confronti dei giudici?

Io credo che ci sia un vizio linguistico nella discussione che deriva dalla commistione che c’è nel sistema italiano tra la magistratura inquirente e quella giudicante. Per il diritto latino le funzioni accusatorie e quelle giudiziarie sono svolte dai magistrati; nel common law, tipico del sistema anglosassone, l’accusatore è invece un avvocato, come avvocato è il difensore, ed il giudizio è dato da un giudice che quindi è completamente separato dall’una e dall’altra parte (forse conosciamo più questo sistema dai tanti film e telefilm visti).

Secondo me, se si parla di contestazione dell’accusatore, che deve rispondere del fatto se ha “rovinato” un cittadino con accuse non fondate, è giusto chiedere che questo debba rispondere del suo operato in tutte le occasioni. Rimane il problema legato al fatto che intentare una causa, contro chiunque la si voglia intentare, è una cosa costosa; questo vuol dire che sarà più facile farlo per chi ha la disponibilità economica per farlo rispetto ad un poveraccio.

Diversa è la situazione in cui si chieda di punire chi ha giudicato il fatto. A meno che non ci sia il dolo o la colpa, non credo sia corretto chiedere al giudice di pagare. Qui non c’è il rapporto professionista/cliente; qui il rapporto è tra il giudice e due parti, una che accusa ed una che si difende. Il giudizio che verrà emesso dipende da chi è più bravo a dimostrare la sua tesi. A meno che il giudice non sia “motivato” a propendere per una delle due parti, si deve pensare che il suo giudizio sia imparziale. È un po’ come succede nelle partite di un qualsiasi sport. Ci sono le volte in cui il Moggi di turno paga l’arbitro per far vincere la sua squadra; in quel caso l’arbitro scoperto viene radiato a vita da tutti i campi del regno. Ma la maggior parte delle volte l’eventuale errore, sempre che ci sia, deve essere giudicato come tale e non sfociare in una punizione.

Questo è un altro motivo per pensare che la separazione delle carriere non sia così sbagliata. Si avrebbe la possibilità di distinguere in modo netto tra le funzioni che il nostro ordinamento attribuisce a due figure che afferiscono entrambe alla magistratura ma fanno in realtà due mestieri completamente diversi.

Il figlio del re

Da quando sono piccolo mio padre mi dice spesso che una società giusta non è quella dove il figlio dell’operaio può diventare re, ma quella dove il figlio del re può diventare operaio.

Credo che viviamo in un Paese dove a chi come me è figlio di operai non sia negato a priori la possibilità di fare una qualche scalata sociale. In fondo la mia generazione è una delle prime nelle quali è stato possibile laurearsi ed ottenere soddisfazioni nella vita professionale senza necessariamente avere “appoggi” e santi in paradiso. Io almeno non ne ho avuti.

Riconosco che non sia stato possibile per tutti, anche se mi chiedo cosa abbia fatto io che mi ritengo fortunato che sia stato negato ad altri che dicono di essere stati meno fortunati di me.

Riconosco che ho conosciuto pochissimi figli di re che non siano rimasti al comando del regno. E questa cosa vale in tutti i campi: tra i professionisti e gli imprenditori, tra i commercianti ed i professori universitari. A livello universitario a volte ai figli si sostituiscono i figliocci. È mai possibile che uno studente universitario faccia la tesi con un professore, poi con lo stesso professore faccia una serie di borse, il dottorato ed il concorso per ricercatore. Io francamente proibirei la possibilità di fare due livelli di studio superiore non dico con lo stesso professore ma nella stessa Università!

Naturalmente esistono figli di imprenditori che sono essi stessi bravi imprenditori, che mettono nell’impresa le loro idee nuove e portano nuova linfa che dà vantaggi a tutti coloro che in quell’impresa lavorano. Ma quante volte il passaggio dell’impresa da un padre capace ad un figlio inetto ho causato in breve tempo la scomparsa dell’impresa? Si dovrebbe avere il coraggio di riconoscere le proprie debolezze e non avere timore di occupare un gradino della scala sociale che apparentemente è inferiore rispetto a quello dal quale si proviene.

Nell’ascesa sociale molto spesso valgono le raccomandazioni e spesso si è alla ricerca dell’amico che conosce l’onorevole o il sottosegretario. Ma alla fine se ci sono solo 6 gradi di separazione tra ciascuno di noi e chiunque altro abiti questo pianeta, l’amico dell’amico ce l’hanno tutti e tutti si riparte dalla stessa piastrella. Bisognerebbe che si costituisse una albo delle raccomandazioni: se tu raccomandi un emerito cretino per una posizione di responsabilità le tue prossime raccomandazioni verranno valutate come carta straccia; se tu raccomandi una persona che effettivamente porta un contributo positivo alla posizione che va ad occupare le tue prossime raccomandazioni ne avranno beneficio. Ricordo il professore da cui feci la mia borsa di studio a Canberra, il prof. Martin Bennett, scrivere una lettera inferocita nei confronti di un professore francese, di cui ometto il nome, che gli aveva raccomandato una sua dottorata che non aveva voglia di lavorare e passava il suo tempo sulle spiagge di Bondi Beach invece di fare la ricerca per la quale era pagata.

E i re? I re dovrebbero semplicemente sparire ed ogni posto diventare una repubblica. Nessun diritto acquisito per sangue. Certo che poi dovrò parlare con i miei figli quando saranno grandi…

Posto fisso

Lasciando da parte gli ultimi anni da professionista, mondo nel quale sono entrato dopo che ho fatto il dipendente, le mie esperienze lavorative da lavoratore subordinato a partire dall’età di 16 anni sono state:

  1. operaio in tipografia
  2. commesso in libreria
  3. cameriere in ristorante
  4. allenatore di pallacanestro (era proprio un lavoro)
  5. insegnante supplente in scuola superiore
  6. borsista alla Australian National University
  7. chimico del Servizio Chimico di Porto di Livorno
  8. venditore porta a porta di depuratori acqua domestici e materassi
  9. responsabile di laboratorio a Viareggio
  10. addetto settore consulenza per azienda smaltimento rifiuti a Pisa

    Da 15 anni adesso faccio il libero professionista nel mio studio. Non c’è una delle attività che ho fatto durante i miei impieghi da dipendente che non mi serva oggi nella mia attività autonoma.
    Non sto dicendo che tutti debbano svolgere una attività autonoma, ma che cambiare lavoro nella propria fase di crescita può non essere negativo. Né il fatto di cambiare lavoro deve essere considerata una sconfitta. Ho imprecato non poco quando sono stato licenziato dal posto che avevo a Livorno; ho gioito dentro come un riccio quando chi mi aveva licenziato è venuto a chiedermi di rientrare a lavorare da loro con notevole aumento di stipendio ed io ho detto no, grazie.
    Cerchiamo (cercate) di vedere le opportunità e non la precarietà. Cerchiamo (cercate) di andare al di là delle parole. Poco ci è dovuto anche se molto ci è richiesto. Funziona così oggi e non sono convinto che non fosse così ieri.
    Abbiamo il diritto al lavoro ma non esiste il dovere di darlo da parte di nessuno. Chi mette su un’impresa lo fa, di norma, rischiando del suo. Io lo ammiro molto di più di colui che i suoi soldi li investe nella speculazione finanziaria. Se noi avessimo i soldi, magari vinti al Superenalotto, metteremmo su un’azienda per dare lavoro a 10-50 persone o andremmo in un paese tropicale?
    Io farei degli interventi a favore della imprenditorialità. Discutiamo quali. Senza scansare alcuna possibilità, senza alcun tabù.