Monorotaia

L’amministrazione comunale di Pisa ha orgogliosamente portato alla conoscenza di tutti i cittadini ed all’opinione pubblica nazionale l’avvio della fase di progettazione del collegamento dall’aeroporto di Pisa alla stazione ferroviaria con un treno veloce che percorrerà in pochi minuti il chilometro e seicento metri del percorso. Tra i motivi della scelta la necessità di decongestionare il traffico nel quartiere di San Giusto che vede i pendolari che arrivano dalla S. G. C. invadere il quartiere; il piano quindi prevede la realizzazione di parcheggi scambiatori che dovrebbero essere usati per lasciare la propria macchina ed usufruire del nuovo collegamento. Si stima che a regime il nuovo collegamento verrà utilizzato giornalmente da circa 3500 persone.
È, a mio avviso, una cazzata dal costo di 80 milioni di euro che ricorda la monorotaia di Springfield.

Proprio in questi giorni, nell’ambito del corso IFTS, ho fatto fare agli studenti (tutti laureati) una indagine sulla mobilità in entrata nella città di Pisa. Lungi dall’essere una indagine strettamente scientifica, credo che abbia però almeno un valore indicativo di cosa succede. Abbiamo infatti contato i veicoli ed i loro occupanti in diversi punti di ingresso in città: via Conte Fazio, via Pietrasntina, via del Brennero, via Calcesana, via di Cisanello, via Carlo Cattaneo ed anche piazza Giusti nel quartiere San Giusto. La Rilevazione è stata fatta tra le ore 8,30 e le 9,30. Abbiamo anche controllato il numero di veicoli che in quell’ora ha usato i parcheggi scambiatori esistenti in via di Pratale, in via Paparelli ed in via di Cisanello. Per completare il tutto abbiamo anche contato il numero dei passeggeri scesi dai treni in arrivo nella stazione ferroviaria di Pisa.
I risultati sono stati questi:

  • auto in ingresso con un solo passeggero a bordo, 2589
  • auto in ingresso con due passeggeri a bordo, 775 (1550 persone)
  • auto in ingresso con 3 o più passeggeri a bordo, 211 (circa 700 persone)
  • auto che si sono fermate nei parcheggi scambiatori, 51
  • motoveicoli/scooter con un passeggero a bordo, 1041
  • motoveicoli/scooter con due passeggeri a bordo, 121
  • biciclette, 98
  • passeggeri su autobus di linea extraurbana, 240 (valore sottostimato per difficoltà di conteggio)
  • passeggeri scesi dai treni in arrivo a Pisa, 1587
Dei 7 punti di rilevamento stradali il punto di piazza Giusti si è collocato al sesto posto come traffico in ingresso (740 persone su un totale di circa 6200 ingressi avvenuti in quell’ora con mezzi privati, circa il 12%).
Da aggiungere alla contrarietà alla realizzazione della monorotaia il fatto che il percorso Aeroporto-Stazione sia già servito da una linea ferroviaria con un treno ogni mezz’ora e da una linea LAM.
Cosa fa credere all’amministrazione che la realizzazione di nuovi parcheggi scambiatori nell’area di San Giusto non avranno la stessa fine di quelli già esistenti?
Il fine di decongestionare il traffico cittadino è condivisibile, ma si realizza con una politica di disincentivazione all’uso dell’auto, cosa che Pisa non riesce a fare. Guardate come si sono realizzate le piste ciclabili. Si sono tolti spazi dai marciapiedi per i pedoni, i disabili, passeggini e carrozzine, quasi niente è stato tolto alle carreggiate usate dalle auto.
Come fare allora? Mettere una sorta di Eco-Pass per l’ingresso in città, intensificare in modo consistente il servizio navetta passando dalla frequenza attuale di passaggio ad una almeno doppia, abbassare i costi per l’utilizzazione della navetta (a Pontedera il tratto parcheggio presso il Cineplex-centro città è gratuito e super utilizzato). Il costo dell’operazione è elevato, vero? Perché invece 80 milioni di euro per un servizio inutile è economico?
Si dice che la monorotaia (lasciate che la continui a chiamare così in onore di Marge Simpson, contraria a quella di Springfield) darà lustro all’Aeroporto. Ma allora qual è il motivo per cui ai turisti si farà pagare la corsa 3 euro, mentre i pisani la pagheranno 1. I turisti sono i soliti polli da spennare? Trovate il modo in cui giunti all’Aeroporto rimangano a Pisa e la visitino. Non credo che lo faranno perché si fa fare loro un percorso panoramico di 1600 metri nella zona industriale, vista la quale non vedranno l’ora di lasciare la Torre al suo destino!
In un’epoca di forti contestazioni, almeno apparenti, per i costi della politica, i costi della cattiva politica devono essere ancor più combattuti. 80 milioni di euro per quest’opera sono uno spreco davanti al quali non si può rimanere silenti, indipendentemente da dove questi soldi provengono. Possibile che non si sia stati capaci di ottenere questi finanziamenti con progetti che risolvano davvero la mobilità di questa città?

Intercettazioni

Lo scandalo intercettazioni in che in questi giorni campeggia sulle prime pagine dei giornali viene usato da alcuni per fare un parallelismo con quelle italiane che hanno colpito politici e non solo.
Il parallelismo è assolutamente improprio. Qui le intercettazioni sono ordinate dalla magistratura, lì sono state fatte da privati corrompendo funzionari di polizia.
Non è esattamente la stessa cosa. Anche se le accomuna il fatto che coinvolgano in entrambi i casi degli editori televisivi.

Professione

Mi è appena giunta una mail che dice che il Governo avrebbe presentato un emendamento alla manovra del 4 luglio in esame al Parlamento, che riproporrebbe il testo che era già nelle misure di stabilizzazione redatte originariamente e che poi fu eliminato nel testo finale (ci sono proteste dei parlamentari del PdL, che dicono non voteranno la fiducia su questo testo).
In realtà non mi pare che sia semplicemente la riproposizione di quanto stralciato dal testo originale.
In questo caso non ci sono le esclusioni per avvocati, farmacisti, notai (anche se potranno essere reintrodotte con DPCM) ed il testo in generale è più “scorrevole”.
Il testo dell’emendamento lo potete trovare qui.

C’è il dubbio di cosa c’entri il comma 9 (quello che fa riferimento ad ANAS) con le attività professionali.
E resta il dubbio che in questo testo le professioni indicate siano le libere professioni! Il dubbio sorge proprio per la presenza del comma 9 e per il fatto che alcune delle restrizioni indicate mi pare non si applichino a nessuno dei liberi professionisti.
Nel testo del decreto continua a non esserci una definizione di quello che si intenda con il termine attività professionali. Se si fa riferimento al codice civile le nostre sono (art. 2229 del CC) professioni intellettuali e non professioni. Il tassista e l’autotrasportatore sono professioni, non le nostre!

Tornando invece al comma 3 “le restrizioni in materia di accesso ed esercizio delle professioni previste dall’ordinamento vigente sono abrogate”; poi il 4 definisce le restrizioni. Si è parlato di cancellazione dell’esame di Stato. Ma dov’è? Non certo il comma 4 lettera a), visto che l’abilitazione non è una licenza né una autorizzazione amministrativa.

Insomma, siamo sicuri che si parli di noi?

Familismo

Lo scorso 4 luglio si è tenuto presso la Fondazione Rodolfo De Benedetti un Workshop dell’Università Bocconi dal titolo Dinastie Professionali durante il quale sono stati presentati due recenti studi che hanno messo in evidenza, a detta degli autori, l’importanza dei legami familiari e come questi influenzino le barriere all’ingresso nel settore dei servizi professionali. Trovate il materiale presentato a questo indirizzo internet, e la registrazione completa dell’evento sul sito di Radio Radicale. Hanno partecipato alla Tavola Rotonda Tito Boeri, Luigi Casero, sottosegretario del Ministero dell’Economia, Pierluigi Bersani, segretario del PD e già ministro autore delle lenzuolate liberalizzatrici, Mario Monti, presidente dell’Università Bocconi ed ex Commissario Europeo alla Concorrenza. Insomma un parterre de Roi.
Più che esprimere le mie critiche ai criteri utilizzati per dimostrare la connessione parentale tra i professionisti che è stata svolta analizzando la frequenza dei cognomi presenti in una certa provincia rispetto all’elenco dei professionisti, a me preme esprimere qualche altra considerazione.
Io di mestiere faccio il libero professionista. Sono iscritto nell’Ordine dei Chimici della Toscana e sono stato recentemente eletto nel Consiglio Nazionale dei Chimici. Lo dico subito in modo da non ingannare chi legge rispetto ad una mia neutralità sull’argomento. Mio padre ha fatto per quarant’anni l’operaio, mia madre l’operaia prima e l’impiegata negli ultimi anni di carriera. Quindi non ho potuto seguire corsie preferenziali per l’accesso alla professione.
Nella mia carriera le barriere all’accesso non sono state causate dalla necessità di dover superare un esame di Stato (per i Chimici non è al momento previsto il praticantato), oppure il fatto che la norma imponesse delle tariffe minime da praticare. La barriera principale è stata quella di trovare i clienti! Hanno ragione Giovanni Pica e Michele Pellizzari a dire che il fatto di avere un genitore che ha “aperto la strada” certamente facilita enormemente il giovane professionista di famiglia che sfrutta una rete di contatti già ben rodata. Confermo, per me è stato difficile. Io sono un caso di “mobilità sociale” riuscita, ma ci sono tanti esempi di insuccesso.

Ora però chiedo a chi ha studiato le dinastie professionali di fare uno studio altrettanto scientifico nel campo del commercio, dell’artigianato o dell’industria. È più facile diventare industriale o commerciante per il figlio di un industriale/commerciante o per il figlio di un non industriale/non commerciante? Guardate tra le persone che conoscete voi. Come stanno le cose?
È il vecchio problema del familismo di cui scrive Paul Ginzborg nei suoi libri (L’Italia del Tempo Presente).

La Confindustria spinge per ridurre i costi che renderebbero l’industria italiana poco competitiva. Tra questi costi un posto rilevante lo hanno le attività professionali. Quindi “riformiamo” il sistema professionale. Per rendere il tutto digeribile all’opinione pubblica ed ai partiti dicono di farlo per garantire un futuro migliore ai giovani. Ma il loro unico obiettivo è quello di abbassare i costi. Abbassiamo i costi e l’economia italiana ripartirà. Mi spiace non è così. Avete anche voi le vostre responsabilità. Troppo facile pensare che siano sempre gli altri i responsabili delle proprie inefficienze.
Fino a che il panorama produttivo italiano sarà caratterizzato per il 90% da microimprese a conduzione familiare, fino a che chi produce continuerà a pensare al suo piccolo orto senza allargare i suoi orizzonti alla formazione di un sistema produttivo nazionale ed a costruire un sistema nel quale ci si mette insieme per produrre ricchezza saremo bloccati nell’immobilismo che ci contraddistingue negli ultimi decenni. C’è necessità di investire nella ricerca per produrre soluzioni nuove ed innovative. Il nostro non può essere il mondo che produce gli ombrelli, ma che produce un disco-rotante-autoorientante-para-pioggia (superpippo aveva una gran fantasia). Per la ricerca occorrono investimenti, cosa che la micro impresa italiana non può permettersi se non trova il sostegno dello Stato e delle banche e soprattutto se non trova il modo di fare rete ed uscire dal giogo del tutto in famiglia.
E conterà qualcosa il fatto che non sempre i figli sono all’altezza imprenditoriale dei padri? Quale norma mettono in campo i nostri super-capaci riformatori per facilitare la mobilità sociale e fare in modo che il figlio dell’operaio diventi l’imprenditore di quella stessa impresa? Perché che il figlio dell’imprenditore lavori come operaio nella stessa impresa non viene preso neppure in considerazione.
I professionisti possono avere un ruolo, si può facilitare l’accesso alla professione, abolire i minimi tariffari e tutte le contraddittive proposte che vengono fatte. Ma non venite a dirci che l’economia italiana ripartirà con la riforma delle professioni, perchè non è lì la strozzatura che attanaglia l’economia italiana.

Borseggiatori

So che la mia idea è antistorica, ma non capisco perchè si debbano spingere i risparmiatori ad investire in borsa.
Ci dicono che alla lunga il rendimento di un titolo azionario dà unrendimento maggiore di qualsiasi altra forma di investimento.
Ma possibile che non ci si renda ciclicamente conto che i mercati finanziari sono popolati da speculatori senza scrupoli, che muovono masse enormi di denaro a loro piacimento con il solo scopo di fare altro denaro. Impresa lodevole, ma che va tropo spesso a scapito del piccolo risparmiatore ma anche di molti fondi di investimento per non dire Stati.
Tutte le crisi del novecento e di questo inizio di ventunesimo secolo hanno origine da spericolate speculazioni, che spingono anche persone con modesti capitali ad entrare nel vortice del “gioco” della borsa per vedere nella maggioranza dei casi il ciclico tracollo dell’economia.
La riforma del TFR ha cercato di spingere in questa direzione i soldi che i lavoratori hanno faticato a guadagnare nella speranza di rendimenti eccezionali una volta arrivati alla pensione; così le casse di previdenza dei professionisti per rivalutare il monte contributivo azzardano investimenti finanziari senza che nessuno abbia loro richiesto di farlo.
Io non sono d’accordo. Disincentiviamo l’investimento finanziario fine a se stesso ed incentiviamo l’investimento in “cose”.
Io non ho direttamente soldi investiti (oddio, come direbbe Benigni, il guardaroba è fornito ma non so se in vestiti arrivo ad una cifra elevata). Basta con il panegirico dell’investimento finanziario. Non voglio essere alla mercé dello speculatore di turno che crea montagne di acqua saponata che al primo sobbalzo fanno scivolare tutti negli abissi della depressione.

Partito

Qualche sera fa, dopo un bel po’ di tempo, sono tornato a seguire un dibattito politico (sarà per questo che torno a scrivere sul blog a distanza di un anno dall’ultimo mio articolo?).

L’occasione è stata la Festa Democretica di Ghezzano dove si confrontavano il segretario provinciale pisano Francesco Nocchi, 35 anni, ed il consigliere regionale lombardo Giuseppe Civati, 35 anni, moderati da Davide Guadagni, un po’ di anni di più. Non si è parlato del Partito dei Giovani, titolo dell’ultimo libro di Civati, ma di Partito.

Capisco che l’obiezione sarà “possibile che ancora si parli del proprio ombelico?”. Beh, credo che la sfida delle prossime, anche se non sappiamo quando, elezioni in parte si giochi anche su questo. Se ne sono accorti anche di là dove hanno fatto una settimana fa una assise per parlare proprio di questo dopo le sconfitte alle amministrative ed ai referendum.

Ci sono stati vari spunti di riflessione generati dalle domande-non domande di Davide. Una è stata quando ha chiesto “ditemi tre cose che differenziano il PD dagli altri” dove altri sono gli altri partiti esistenti ma anche quelli del tempo che fu.

Si è detto che siamo differenti perchè nel nostro simbolo non c’è il nome di un capo, perchè il nostro è un partito democratico. Non è forse vero? I nostri avversari politici quante volte ci hanno deriso per aver cambiato più volte il candidato da contrapporre al “principale esponente dello schieramento a noi avverso”? Questo avrebbe dovuto essere da noi usato proprio per sottolineare la diversità di un partito che non ha un padrone. Invece spesso abbiamo ribattuto con la coda tra le gambe vergognandoci un po’ e pensando che sotto sotto avevano proprio ragione loro.

Si è detto che il nostro è l’unico partito che fa scegliere il suo segretario dagli elettori/simpatizzanti. Chi ha scelto il segretario del PdL, della Lega, dell’IdV, di SeL, di FLI, dell’UdC, della Destra, di Allenza per l’Italia, delle Federazione dei Comunisti (di quanti ce ne sono?). Forze c’è solo il Partito Radicale, di cui però pochi conoscono il nome del segretario, tutti quello del leader.

Si è detto che il nostro è l’unico partito che fa ricorso alle primarie. Forse si sta per perdere l’esclusiva, visto che il PdL, che prima ci ha deriso ha capito quale forte strumento di partecipazione le primarie siano e quale forze trainante la partecipazione alle primarie sia per le successive elezioni. È stato questo anche il primo punto di attrito tra Francesco a Giuseppe dove l’uno le vuole aperte a tutti mentre l’altro solo agli iscritti (fu motivo di discussione accesa anche duranta la campagna per l’elezione del Segretario, con Bersani che le vuole solo per gli iscritti ma a due anni dal suo insediamento niente è stato fatto per chiarire la situazione, con il rischio che la prossima volta che saremo chiamati a fare le primarie ripresenteremo ai nostri elettori due posizioni contrapposte).

Nessuno ha parlato di una differenza molto palese che è nel nostro nome. Il fatto che il nostro si chiama Partito. Nessun altro ha il sostantivo Partito nel proprio nome (anche qui apparentemente la situazione del Partito Radicale pare cambiare le carte in tavola, ma da quanto tempo non si presentano alle elezioni con questo nome ma con quello di Lista Bonino-Pannella?). Ora capisco che questo possa apparire come un passo indietro. La famigerata Cosa2 di D’Alema all’apparenza sembrò fatta sul solo accantonamento della parola Partito da quello che si era sempre chiamato “il” Partito.

In una situazione come questa nella quale in molti hanno messo in evidenza l’avanzare dell’antipolitica, nella quale a gran voce si chiede ai partiti di retrocedere dalle posizioni di privilegio, continuare ad usare un sostantivo che mette in evidenza questi “difetti” sembra un controsenso. Se poi si fanno azioni corrette nella sostanza ma errate nelle forma, come quella di non votare per l’abolizione delle province allora il dubbio di farlo apposta viene.

Perché qui dobbiamo intenderci. Abbiamo tutta una serie di caratteristiche che nella sostanza ci differenziano, secondo me in positivo, da tutti gli altri, ma poi il ricambio generazionale sembra che lo facciano gli altri che eleggono un segretario che, sebbene non prenderà una decisione autonoma che sia una, ha 40 anni, e la riduzione dei costi della politica, che cambierà cento volte e queste cose spariranno, l’hanno proposta loro in questa manovra, e le province sembra che vogliamo mantenerle noi, vedi anche il fondo di PiGi Battista sul Corriere della Sera di qualche giorno fa, ecc. ecc.

Il Partito in questa fase storica deve essere l’espressione dei suoi elettori, deve trovare la forza di non rinchiudersi nei caminetti ma aprirsi nelle assemblee, far partecipare tutti i suoi elettori e non giocare con gli alambicchi alchimistici. Perché se una cosa é stata chiara nelle ultime elezioni amministrative è stata che non c’è stato un travaso di elettori da destra a sinistra, ma un abbandono degli elettori della destra delusi da persone improponibili (l’hanno detto anche loro che il problema sono stati i loro candidati) ed un ritorno dei delusi della sinistra che finalmente hanno potuto votare qualcuno con posizioni chiare e poco di compromesso. Certo, ci sono stati anche gli esempi del tipo di Macerata, ma Milano e la Lombardia, Napoli ed anche Torino e Bologna sono andati in un’altra direzione, forse un po’ più significativa. Questi elettori non hanno “paura” del sostantivo Partito, perché ne conoscono il significato, ma lo conoscono affiancato all’aggettivo Democratico che è un significato preciso che vuol dire partecipazione. Ce l’abbiamo solo noi a tutti i livelli.