La classificazione dei rifiuti pericolosi

ATTENZIONE: scrivo questa cosa il 23 aprile 2016. Vedo che ci sono molte persone che arrivano a questo articolo adesso. L’articolo è stato scritto 6 anni fa e molte delle regole sono cambiate. Quindi cercate qualcosa di più aggiornato. 

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Tante volte ne abbiamo parlato nel passato ed in particolar modo a partire dal 1997 con l’uscita del Decreto Ronchi, D.Lgs. 22/1997, a causa dell’introduzione del Catalogo Europeo dei Rifiuti. Ormai a 13 anni di distanza la cosa dovrebbe essere stata digerita, eppure oggi, in occasione dell’uscita e della prossima entrata in vigore del SISTRI, l’argomento è tornato prepotentemente alla ribalta: dalla classificazione dei rifiuti come pericolosi discendono una serie di obblighi per le imprese e gli enti ed alcuni aggravi anche economici. Mi piacerebbe provare a mettere un po’ di ordine in alcune situazioni semplici ma che ai produttori di rifiuti appaiono non chiare (almeno a coloro che non sono chimici).
Il sistema di classificazione per l’identificazione dei rifiuti pericolosi è malato all’origine. È malato nel momento in cui per determinati rifiuti la pericolosità viene attribuita sulla base dell’origine del rifiuto e non sulla base della composizione chimica dello stesso. Come tutti sappiamo quando si deve assegnare il codice identificativo di un rifiuto si deve seguire un algoritmo che per prima cosa chiede di

identificare la fonte che genera il rifiuto consultando i titoli dei capitoli da 01 a 12 e da 17 a 20 per risalire al codice a sei cifre riferito al rifiuto in questione, ad eccezione dei codici dei suddetti capitoli che terminano con le cifre 99 ed è possibile che un determinato impianto o stabilimento debba classificare le proprie attività riferendosi a capitoli diversi.

Quindi se l’attività lavorativa che si svolge è una fonderia è necessario prioritariamente andare a cercare nel capitolo 10 Rifiuti inorganici provenienti da processi termici, se l’attività svolta è quella di una industria alimentare si cercheranno i codici dei rifiuti prodotti nel capitolo 2 Rifiuti provenienti da produzione, trattamento e preparazione di alimenti in agricoltura, orticoltura, caccia, pesca ed acquicoltura, se ho una tipografia nel capitolo 8 Rifiuti da produzione, formulazione, fornitura ed uso (PFFU) di rivestimenti (pitture, vernici e smalti vetrati), sigillanti, e inchiostri per stampa, ecc. A quel punto cerco nei paragrafi di quel capitolo. Ad esempio la nostra tipografia cercherà il codice dei suoi rifiuti nel paragrafo 3 del capitolo 8, rifiuti della produzione, formulazione, fornitura ed uso di inchiostri per stampa. Adesso non resta che vedere quale codice ha il rifiuto che devo classificare.
Tra questi c’è il codice 080316, residui di soluzioni chimiche per incisione, che è seguito da un asterisco. I rifiuti indicati con un asterisco sono classificati pericolosi. Punto. Nessuna analisi chimica è richiesta, a mano che non ci si trovi di fronte ad un codice di una delle cosiddette voci a specchio. Nel paragrafo dei rifiuti delle tipografie ce ne sono diversi, per esempio la coppia 080312* scarti di inchiostro, contenenti sostanze pericolose e 080313 scarti di inchiostro, diversi da quelli di cui alla voce 080312. Dice infatti il decreto legislativo 152/2006

Se un rifiuto è identificato come pericoloso mediante riferimento specifico o generico a sostanze pericolose e come non pericoloso in quanto diverso da quello pericoloso, se ci troviamo cioè di fronte ad una tipologia di rifiuto che fa riferimento alle cosiddette voci a specchio, esso è classificato pericoloso se le sostanze raggiungono determinate concentrazioni, tali da conferire al rifiuto in questione una o più delle proprietà indicate nell’allegato III della direttiva 91/689/CEE.

In questa situazione serve quindi procedere con una analisi chimica quantitativa che permetta di verificare il superamento o meno dei limiti di concentrazione che discriminano i rifiuti pericolosi dai non pericolosi.
Può sembrare banale, ma sapete bene che così non è. Ricordo quando qualche anno fa, durante l’elaborazione del Regolamento Comunale per lo smaltimento dei rifiuti urbani del Comune di XXXX, mi capitò di leggere la versione definitiva poco prima della sua approvazione in Giunta. C’era scritto “È vietato smaltire nei cassonetti dell’immondizia rifiuti contaminati da sostanze pericolose”. Feci presente al dirigente che mi aveva fatto vedere in anteprima la delibera, che qualunque oggetto che ci circonda è contaminato da sostanze pericolose; ma “Tutto è veleno, nulla esiste che non sia veleno. Solo la dose fa, dato che il veleno non fa nulla” ha detto Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus von Hohenheim detto Paracelsus o Paracelso più di 500 anni fa ormai. La delibera fu corretta il giorno successivo ed è tuttora in vigore con un riferimento ai limiti di concentrazione per la determinazione della pericolosità.

Detto questo ci sono delle situazioni in cui ci sono difficoltà ad applicare l’algoritmo. Un esempio è rappresentato dai contenitori vuoti. È prassi comune assegnare i codici relativi ad imballaggi classificati come rifiuti non pericolosi a quelli che non hanno contenuto sostanze o preparati (o miscele secondo la nuova dizione europea) classificati pericolosi ed il codice 150110 a quelli che in origine contenevano sostanze o preparati classificati pericolosi. La cosa appare semplice: si cerca uno dei simboli di pericolo (la bomba, la fiamma, il teschio, la croce di santandrea, ecc.). Se c’è si assegna il codice pericoloso se non c’è si assegna il codice relativo al materiale di cui è costituito l’imballaggio. Semplice no?

A questo punto vorrei sapere qual è l’impresa che non abbia in casa almeno un contenitore con una etichetta di pericolo? Potrebbe essere uno spray profumatore d’ambiente (di norma con l’etichetta infiammabile) o la bottiglia della varechina per fare le pulizie (prodotto classificato Xi irritante), … Allora quale sarà l’impresa che non produce rifiuti pericolosi? Quale sarà l’impresa che non deve obbligatoriamente iscriversi al SISTRI?

Come la mettiamo con i contenitori di olio lubrificante per motore (ormai quasi più nessuno lo produce con olio minerale ma con olio sintetico). Chi di noi non assegnerebbe almeno l’etichetta di ecotossico a questo tipo di prodotto? Eppure sul contenitore di olio lubrificante il simbolo della ecotossicità non c’è! Quindi il meccanico o il benzinaio che fanno i cambi olio o i rabbocchi alle nostre automobili generano dei rifiuti rappresentati dai contenitori vuoti e li classificano come rifiuti non pericolosi (spesso assimilati agli urbani).

E cosa fare con i contenitori dei cosmetici? I prodotti cosmetici non rientrano tra i preparati obbligati all’etichettatura delle sostanze/preparati pericolosi, né secondo l’attuale normativa né secondo il nuovo Regolamento Europeo CLP. Pertanto è difficile guardando semplicemente il contenitore di un prodotto cosmetico sapere se quel prodotto contiene sostanze pericolose. Però la norma sui cosmetici (derivata dalla Direttiva Europea 76/768/CEE e tutti gli aggiornamenti successivi) obbliga a mettere in etichetta l’elenco degli ingredienti utilizzati per la produzione di quel certo prodotto in ordine decrescente di peso (ma quelli presenti in quantità inferiore all’1% posso essere messi in ordine sparso dopo quelli presenti in quantità maggiore).
Una complicazione particolare relativa a questo è che gli ingredienti vanno indicati con il loro nome INCI (International Nomenclature of Cosmetic Ingredients), o con il nome botanico latino se di origine vegetale senza aver subito trasformazioni. Nell’elenco degli ingredienti utilizzabili per i prodotti cosmetici presenti nella Direttiva 76/768/CEE gli ingredienti sono comunque elencati oltre che con il loro nome INCI anche con il numero CAS (Chemical Abstracts Service, servizio di classificazione privato dell’American Chemical Society ma riconosciuto universalmente; ha il difetto che a volte alcune sostanze sono indicate con due o più numeri CAS) ed il numero EINECS (European Inventory of Existing Commercial Chemical Substances, registro europeo delle sostanze chimiche in commercio prima del 1 settembre 1981) o ELINCS (European List of Notified Chemical Substances, elenco delle nuove sostanze notificate e messe in commercio dopo il 1 settembre 1981). Dal CAS/EINECS/ELINCS è possibile risalire alla pericolosità delle sostanze e quindi sapere se quel particolare cosmetico contiene oppure no sostanze classificate come pericolose. Per sapere se un certo cosmetico è pericoloso occorrerebbe a questo punto sapere la quantità degli ingredienti pericolosi presenti nel prodotto. Questo dato è un segreto industriale, ma alcuni componenti comunque non possono eccedere certe concentrazioni (per esempio quelli indicati nell’allegato III alla direttiva europea)…
Vorrei comunque far presente che mentre in Italia il codice 150110* è considerato relativo ad un rifiuto pericoloso senza bisogno di ricorrere ad analisi chimica, in Gran Bretagna la locale Agenzia di Protezione Ambientale considera il codice 150110* (ed anche il 150111*) come codici a specchio, per i quali quindi la pericolosità dipende dal raggiungimento di determinate concentrazioni. In particolare c’è un passaggio relativo proprio al codice 150110* che dice:

Queste categorie (150110* e 150111*) includono un’ampia gamma di rifiuti potenzialmente pericolosi che dovrebbero essere considerati con tutti i pericoli da H1 ad H14.
Per i rifiuti da imballaggio da considerare con il codice 15 01 10*, la massima quantità di materiale è stata rimossa in modo fisico o meccanica in modo da lasciare un residuo che non può ulteriormente essere tolto. Quando si considerano rifiuti con codice 15 01 10*, deve essere tenuto in considerazione il peso dell’imballaggio rispetto ai valori di soglia. Tuttavia un risultato positivo relativamente al test per la determinazione del punto di infiammabilità rende pericoloso il rifiuto rispetto a qualunque limite per gli altri pericoli.
Se l’imballaggio contiene ancora una certa quantità di materiale che può essere rimosso meccanicamente o fisicamente allora si dovrebbe considerare di classificarlo nel capitolo relativo al processo nel quale viene utilizzato (per esempio 08 01 11* pitture e vernici di scarto, contenenti solventi organici o altre sostanze pericolose). In questi casi il peso dell’imballaggio non dovrebbe essere considerato quando si classifica il rifiuto relativamente ai limiti di pericolosità.

Non è finita qui. Gli oli di frittura delle attività di ristorazione, friggitoria, gastronomia, ecc. sono tradizionalmente classificati con il codice 200125, rifiuto non pericoloso (tra l’altro del gruppo dei rifiuti urbano o assimilati), come oli e grassi commestibili. Esiste però anche il codice 200126* (pericoloso) definito come oli e grassi diversi da quelli di cui alla voce 200125.
Questa coppia di codici NON è però una coppia che da origine ai codici a specchio. Basta leggere la definizione per verificare che ci troviamo di fronte ad una situazione opposta a quella che definisce i codici a specchio: Se un rifiuto è identificato come pericoloso mediante riferimento specifico o generico a sostanze pericolose e come non pericoloso in quanto “diverso” da quello pericoloso (“voce a specchio”), esso è classificato come pericoloso solo se le sostanze raggiungono determinate concentrazioni (ad esempio, percentuale in peso)…
Nel caso della coppia 200125/26 è il rifiuto pericoloso ad essere definito come diverso dal non pericoloso e non viceversa, quindi per classificare quel rifiuto non c’è da fare analisi chimica per determinare le concentrazioni raggiunte dalle sostanze pericolose contenute, ma solo determinare se quegli oli/grassi sia commestibili o diversi (non commestibili).
Mi chiedo anche però avendo fatto qualche analisi sugli oli di frittura, un olio che ha fritto patatine per giorni è ancora commestibile?

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