Trovo strano che il mio ordine…

Trovo strano che il mio ordine, per il quale in questi giorni sono iniziate le operazioni per l’elezione del nuovo Consiglio per il quadriennio 2017-2021, non abbia ritenuto opportuno organizzare una riunione di presentazione dei candidati in lizza.

Ci sono 16 candidati per i 10 posti della sezione A e 2 candidati per il posto per della sezione B. 8 dei 16 candidati erano già consiglieri nella precedente consiliatura, 8 sono assolutamente nuovi e sconosciuti ai più. Non sarebbe stato male capire cosa ha spinto loro a candidarsi, cosa pensano di portare al nuovo consiglio. Alcuni dei vecchi consiglieri, secondo me, si possono cambiare, visto l’apporto nullo che hanno dato negli ultimi quattro anni (o comunque questo è quello che si è percepito dall’esterno), ma cambiarli con altri che desiderano solo occupare un posto esclusivamente per fini personali forse anche no.

Trovo anche sia almeno fuori luogo che due degli otto “vecchi” abbiano nuovamente presentato la loro candidatura. Hanno infatti già fatto 2 consiliature e quindi, a rigor dei legge, non potrebbero neppure essere eletti. Infatti il sistema elettorale è regolato dal DPR 169/2005, che all’art. 2 comma 4 dice

I consiglieri restano in carica quattro anni a partire dalla data della proclamazione dei risultati e, a far data dall’entrata in vigore del presente regolamento, non possono essere eletti per più di due volte consecutive.

È vero che nel 2010 l’art. 2 comma 4-septies del D.L. 29/12/2010, n. 225 ha aggiunto questa frase

Le disposizioni di cui all’articolo 2, comma 4, del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 8 luglio 2005, n. 169, si applicano per i componenti degli organi in carica alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, con il limite massimo di durata corrispondente a tre mandati consecutivi

e molti l’hanno interpretata come l’estensione al terzo mandato per tutti, ma a me pare che la possibilità del terzo mandato sia stata data solo a quelli che erano in carica nel 2010, anno di entrata in vigore della legge di conversione, e non a tutti, altrimenti la formulazione della legge sarebbe stata diversa ed avrebbe fatto riferimento direttamente alla modifica dell’art. 4 del DPR 169/2005, che invece resta in vigore senza modifiche.

Per non sbagliare non voterò nessuno dei due che hanno fatto già due giri.

La difesa legittima

Inutile fare il gradasso. Se succedesse a me non so come mi comporterei. Me la farei sotto dalla paura (molto probabile), reagirei opponendomi con tutte le mie forze ( chissà)? Adesso c’è questo nuovo provvedimento legislativo che consentirebbe di sparare a chi ti entra in casa nel cuore della notte per difendere te, la tua famiglia ed i tuoi averi. Francamente non sono per niente d’accordo. I motivi sono due e vorrei brevissimamente spiegarli.

Primo. Negli Stati Uniti, dove si possono comprare armi come da noi si comprano le gomme del ponte, vi pare che le persone siano più sicure? Vi sembra che ci siano meno delitti legati a quella che chiamiamo microcriminalità? E quanti sono i morti durante questi eventi? Un numero spropositato. Sapete perché? Perché i delinquenti, sapendo che dall’altra parte troveranno gente armata che si vuole difendere, vanno a svaligiare le case ed i negozi armati fino ai denti. Se le armi ce l’hanno il vigliacco ed il malcapitato, la probabilità di subire un furto torna esattamente uguale a quando le armi non ce l’aveva nessuno dei due con in più un aumento vertiginoso che quella che era nata come rapina diventi un ammazzamento, magari multiplo. È questo l’obiettivo del provvedimento?

Secondo. Quando, nel passato più o meno recente, sono comparse sui giornali le notizie relative a qualcuno che, avendo un’arma in casa propria, si è difeso dall’aggressione sparando ed uccidendo l’aggressore, abbiamo poi immancabilmente annotato la nostra indignazione per il fatto che colui che si era difeso era stato indagato per omicidio, per eccesso di legittima difesa. E che doveva fare il magistrato? Darti solo una pacca sulla spalla? No. Siccome siamo in una Stato di diritto, se tu uccidi qualcuno ci sarà qualcuno che giudicherà se la tua reazione è stata giustificata o se è stata ingiustificabile. Quindi, vieni indagato. Siccome succede anche che abbiamo una gran confusione in testa su cosa voglia dire essere indagato e la differenza che c’è tra questo ed essere giudicato colpevole, quella notizia finisce di essere tale subito dopo averla data. Peccato che non sappiamo quali esiti abbiano quelle indagine scaturite dopo quegli episodi. Bene, più del 90% delle persone indagate per quegli episodi viene assolta. Si, viene assolta, per cui la nostra indignazione potevamo asserbarla per altri momenti, visto che la difesa, in episodi di questo genere, viene quasi sempre giudicata come legittima. Anche con la nuova formulazione del diritto alla difesa, se ammazzi qualcuno o gli/le procuri delle lesioni verrai indagato e poi sarà un giudice che stabilirà se la tua difesa è stata legittima.

I DNEL, gli OEL e la salute e sicurezza nei luoghi di lavoro

In Europa, le condizioni di lavoro nei settori industriali che si occupano di prodotti chimici sono regolati sia a livello comunitario che nazionale. L’uso sicuro delle sostanze chimiche è uno dei principali obiettivi del regolamento REACH dell’UE, e le istruzioni su come ottenere questo obiettivo deve essere comunicata lungo la catena di approvvigionamento attraverso la scheda di sicurezza, comprensiva degli scenari di esposizione (scheda di sicurezza estesa). Inoltre, la direttiva quadro sulla salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro dell’UE (89/391/CE) e la quattordicesima direttiva particolare (98/24/CE) sull’esposizione agli agenti chimici, entrambe entrate all’interno del D.Lgs. 626/94 prima e poi nel D.Lgs. 81/2008, il cosiddetto testo unico della sicurezza, delineano principi generali della prevenzione, nonché l’assegnazione delle responsabilità e degli obblighi relativi alla salvaguardia della salute e della sicurezza  nei luoghi di lavoro correlati alla presenza di sostanze e miscele.

Cosa sono i DNEL e gli OEL?

Lo strumento fondamentale per valutare le condizioni di lavoro sicure è rappresentata dai limiti di esposizione professionale (OEL in Europa, Occupational Exposure Limits, ed in Italia VLEP, Valori Limite di Esposizione Professionale, anche se molti si ostinano a declinare questo termine all’americana usando TLV, Threshold Limit Value), che si riferiscono alla concentrazione degli agenti chimici dannosi. Un limite di esposizione professionale è il limite superiore della concentrazione accettabile di una sostanza pericolosa aerodispersa nell’aria del posto di lavoro per un particolare materiale o per una classe di materiali. È un valore tipicamente fissato dalle autorità nazionali o europee competenti e applicata dalla legislazione per proteggere la sicurezza e la salute sul lavoro. In ambito REACH invece, sono stati definiti i DNEL (Derived No Effect Level, livello derivato senza effetto), che sono i livelli di esposizione alla sostanza al quale l’essere umano può essere esposto, e che sono utilizzati per garantire l’uso sicuro delle sostanze chimiche. I valori DNEL sono ricavati dalle imprese che hanno registrato le sostanze nell’ambito del regolamento REACH e quindi NON possono essere utilizzati come valori limite al posto degli OEL. Pur se apparentemente i due valori hanno lo stesso significato, ci si accorge, confrontando i dati degli OEL e dei DNEL che questi a volte non coincidono. In questo momento, per esempio, se si vanno a vedere i valori degli OEL definiti a livello comunitario ed elencati nell’allegato XXXVIII del D.Lgs. 81/2008, ci accorgiamo che poco più del 60% dei valori coincide, circa il 25% hanno uno DNEL inferiore all’OEL ed il restante 15% il DNEL superiore all’OEL.

Di solito, gli  OEL prendono in considerazione solo esposizione per inalazione. Il rispetto dell’OEL può essere monitorato misurando la concentrazione delle sostanze chimiche aerodisperse nell’aria dell’ambiente di lavoro. Se l’assorbimento dermico della sostanza contribuisce ad effetti sistemici, è previsto che accanto al valore dell’OEL venga messa una notazione supplementare, pelle, che viene assegnata per identificare la possibilità di assorbimento significativo attraverso la cute. Per le sostanze che dimostrano un elevato assorbimento attraverso la pelle, può essere appropriato assegnare un limite di esposizione biologico: la sostanza chimica o suoi metaboliti possono essere monitorati in mezzi biologici come sangue o urina in modo da tenere conto della penetrazione all’interno dell’organismo sia per via inalatoria che per via cutanea. Altre vie di assorbimento, così come gli effetti locali come l’irritazione della pelle, non sono presi in considerazione dagli OEL.

A differenza di quello che accade con gli OEL, i DNEL sono definiti per diverse vie di esposizione (inalazione, dermica e orale), per esposizioni di durata diversa (valori sia a breve termine per gli effetti acuti,  che a  lungo termine per gli effetti cronici) e per diverse popolazioni umane, come i lavoratori o i consumatori. I valori di DNEL forniscono una valutazione più completa di ciò che deve essere fatto per controllare l’esposizione, ma rappresentano comunque una sfida visto che di solito è impossibile controllare il rispetto dei valori di DNEL orale o cutaneo, anche se esistono dei metodi che cercano di farlo.

Sia i DNEL che gli OEL sono valori che riguardano la salute, ovvero sono pensati in modo che l’esposizione dei lavoratori (od il consumatore per i DNEL-consumatori) a concentrazioni inferiori a questi valori non devono nuocere alla salute. Ricordiamo invece che la valutazione del rischio deve riguardare a che la sicurezza legata all’uso di sostanze e miscele. Per le sostanze che non hanno dose soglia, come le sostanze cancerogene o le genotossiche, e che quindi comportano un rischio per la salute a qualsiasi livello di esposizione, i valori riportati sono OEL basati sul rischio, ovvero sul  numero di persone che statisticamente potrebbero manifestare gli effetti cancerogeni o genotossici, o sui DMEL, Derived Minimal Effect Level, livello derivato con effetto minimo. Sono livelli di rischio di riferimento che si ritiene suscitino poca preoccupazione in relazione a un determinato scenario di esposizione. I DMEL determinati in conformità agli orientamenti stabiliti a livello comunitario vanno considerati come un livello di effetti tollerabile, ma va considerato che questo non costituisce un livello in corrispondenza del quale non possono essere previsti potenziali effetti, quanto piuttosto un livello di esposizione corrispondente a un basso rischio, possibilmente teorico. Un DMEL è un valore di riferimento correlato ai rischi che deve essere utilizzato per meglio individuare le misure di gestione dei rischi.

Come vengono stabiliti limiti di esposizione?

Come abbiamo detto, in generale, gli OEL sono stabiliti da comitati nazionali e internazionali, mentre i DNEL sono fissati dai produttori o importatori di sostanze nel quadro della registrazione all’agenzia europea per le sostanze, ECHA, secondo il regolamento REACH. A livello europeo, gli OEL sono proposti dallo European Commission’s Scientific Committee for Occupational Exposure Limits (comitato scientifico della Commissione europea per i limiti di esposizione professionale). Il Comitato fornisce consigli e pareri richiesti dalla Commissione, che poi può proporre un OEL basato su questo. Gli Stati membri possono comunque stabilire ulteriori limiti OEL a livello nazionale. In Germania, ad esempio, gli OEL sono stabiliti dal Comitato per sostanze pericolose e sono rivisti e aggiornati sulla base degli sviluppi più recenti disponibili. Un valore di OEL, inoltre, può essere indicativo oppure essere vincolante.

I DNEL sono livelli non vincolanti. Devono essere inclusi nelle schede di sicurezza e nella relazione sulla sicurezza chimica del fascicolo di registrazione (CSR, Chemical Safety Report). Essi si basano su dati di letteratura o su studi previsti al fine di effettuare la registrazione della sostanza prevista dal REACH. La registrazione delle sostanze chimiche con fasce di tonnellaggio più elevate hanno necessità che venga prodotta una maggiore quantità di dati e questo porta ad un valore di DNEL più affidabile. Una giustificazione per la derivazione del DNEL è data nella CSR. Tuttavia, questo documento non è disponibile al pubblico e il controllo della qualità del dato viene svolto da parte dell’ECHA che però lo esegue solo nel 5% dei casi. La derivazione degli OEL invece viene fatta dal comitato scientifico della Commissione e prevede una consultazione pubblica, dove i soggetti  interessati possono presentare osservazioni e dati aggiuntivi. Questo processo può comportare una lunga scala temporale, che è un inconveniente del processo ma garantisce la qualità del dato.

Come può essere garantito un uso sicuro delle sostanze chimiche?

Il rischio per gli esseri umani può essere considerato adeguatamente controllato se i livelli di esposizione non superano il DNEL o l’OEL. Se questo non avviene, è necessario prendere adeguate misure di minimizzazione del rischio e le condizioni operative devono essere impostate effettuando una valutazione del rischio.

La sicurezza sul lavoro richiede una valutazione dei rischi per tutte le sostanze chimiche pericolose, mentre il REACH la richiede solo per le sostanze con volumi di produzione maggiori alle dieci tonnellate all’anno (in questo momento, aprile 2017, le sostanze registrate nella fascia di tonnellaggio maggiore di 10 tonnellate plano sono 15469). Per il REACH, la valutazione del rischio viene fatta dall’importatore o fabbricante di una sostanza. Devono essere documentare tutte le misure tecniche, organizzative necessarie per un uso sicuro della sostanza chimica nella CSR e tali informazioni devono essere comunicate agli utilizzatori a valle attraverso gli scenari di esposizione nelle schede di sicurezza estese (eSDSs). Secondo la direttiva 98/24/CE, l’uso sicuro delle sostanze chimiche deve essere garantita dal datore di lavoro, prima che le sostanze vengano messe a disposizioneione del lavoratore. I datori di lavoro devono valutare e documentare i rischi per i lavoratori, utilizzando le informazioni ottenute dal fornitore attraverso la scheda di sicurezza o da altre fonti disponibili, e sono obbligati a ridurre al minimo i rischi provocati dagli agenti pericolosi. Le modalità esatte per queste procedure sono stabilite nel Titolo IX, capo I e II del D.Lgs. 81/2008.

L’eSDS può suggerire misure di minimizzazione del rischio e le condizioni operative nella parte della scheda contenente gli scenari di esposizione, ma il datore di lavoro è comunque ancora responsabile al fine di garantire l’uso sicuro delle sostanze nella sua impresa. I datori di lavoro devono sostituire le informazioni generali presenti nelle eSDS con le misure concrete adattate alle condizioni locali presenti nella loro impresa. Ad esempio, se la eSDS richiede l’uso di “guanti appropriati”, il datore di lavoro deve indicare nella sua valutazione del rischio sia materiale che lo spessore dei guanti che dovrebbero essere usati durante le lavorazioni. Gli scenari di esposizione possono fornire informazioni utili, che possono essere utilizzate per la valutazione dei rischi in base alle leggi nazionali. Tuttavia, una nuova valutazione delle misure di prevenzione e protezione può essere necessaria se le pratiche di lavoro utilizzate all’interno dell’impresa non sono in linea con quelle presentate nelle eSDS.

Cosa succede se l’OEL e DNEL differiscono?

Come già detto, i valori di OEL e DNEL possono essere differenti a causa di diversi metodi sperimentali utilizzati per ottenerli, dai dati sulla sostanza raccolti o sulla loro interpretazione. In questi casi, i datori di lavoro devono decidere quali valori sono obbligati a da rispettare.

A livello comunitario, i valori limite di esposizione professionale indicativi  sono pubblicati (allegati delle direttive 2000/39/CE, 2006/15/CE e 2009/161/UE) e gli Stati membri possono stabilire valori limite nazionali che li prendono in considerazione. Nella maggior parte dei paesi europei, Italia compresa, questi valori sono giuridicamente vincolanti. I DNEL, d’altra parte, sono stati originariamente destinati alla fase di registrazione REACH e non c’è alcun obbligo giuridico di rispettarli. Pur fatte queste considerazioni, i valori di DNEL sono sempre più considerati come un valore di valutazione per la gestione del rischio. Inoltre sono numericamente molti più numerosi, sono stabiliti per tutte le sostanze prodotte o importate in Europa in quantità superiore a 10 tonnellate l’anno e prendono in considerazione le tre vie di penetrazione: via inalatoria, cutanea ed ingestiva. Oltre 15000 sostanze che hanno più DNEL per le diverse vie di penetrazione contro il centinaio di valori di OEL per la sola via inalatoria.

Per illustrare la situazione facciamo l’esempio con 3 diverse sostanze: l’etilbenzene, l’etilendiammina e l’acido ossalico.

Per l’etilbenzene (CAS no. 100-41-4 ) l’OEL stabilito a livello comunitario ed obbligatorio in Italia è 442 mg/m3, in Germania il valore stabilito è di 88 mg/m3, il DNEL per gli effetti a lungo termine il valore è 77 mg/m3.
Per l’etilendiammina (CAS no. 107-15-3) non sono stati stabiliti né a livello europeo né a livello tedesco, mentre il DNEL è pari a 25 mg/m3.
Per l’acido ossalico (CAS no. 144-62-7) il DNEL è pari a 4,03 mg/m3, il valore tedesco è di 1 mg/m3, mentre a livello europeo non è definito alcun limite.

Per l’etilbenzene quindi il rispetto del limite europeo (ma anche di quello tedesco) porta ad una situazione nella quale è presumibile che il rischio per la salute dei lavoratori sia ad un livello non accettabile. Nel caso dell’acido ossalico in Italia dovremmo prendere in considerazione il limite tedesco anche se pochi sanno dove reperirlo. Nel caso dell’etilendiammina non esiste nessun altro valore di riferimento ed il DNEL, seppur non obbligatorio, rappresenta un valore di riferimento da prendere in considerazione per capire in che condizioni ci troviamo.

Come viene controllato l’uso sicuro delle sostanze e come viene fatto rispettare l’obbligo?

I datori di lavoro hanno l’obbligo di documentare le valutazioni dei rischi, le misure adottate per ridurre i rischi e l’efficacia delle misure. Le misurazioni effettuate sul posto di lavoro devono dimostrare la conformità con i limiti di esposizione. Se la concentrazione nell’aria dell’ambiente di lavoro è superiore all’OEL, devono essere attuate ulteriori misure di sicurezza ed a valle di queste deve essere effettuata una nuova valutazione dei rischi. I campionamenti nei posti di lavoro sono uno strumento per le autorità per controllare il rispetto degli OEL. A seconda della gravità della situazione, il datore di lavoro può dover migliorare le misure di sicurezza vigenti o  dovrà fermare il processo di produzione. Possono esserci anche conseguenze penali.

Anche se i DNEL non sono giuridicamente vincolanti, dovrebbero essere presi in considerazione per la valutazione dei rischi, soprattutto nel caso in cui un OEL non è disponibile, al fine di garantire il massimo livello possibile in materia di sicurezza per i lavoratori.

Sia gli OEL che i DNEL hanno lo scopo di garantire un uso sicuro delle sostanze chimiche pericolose. Mentre gli OEL sono stati utilizzati per decenni per valutare la sicurezza nei luoghi di lavoro, i DNEL sono relativamente nuovi. Dal momento che OEL sono stabiliti dalle autorità e sono giuridicamente vincolanti, sono ancora il valore limite più importante per la sicurezza sul lavoro. Tuttavia, visto che vi sono molti più DNEL rispetto agi OEL, i DNEL sono destinati a diventare più importanti per la sicurezza sul posto di lavoro e presto ce ne renderemo conto.

Forse è presto per gridare al disastro, ma…

Nel 2011, quando cominciò il percorso del PeopleMover di Pisa, scrissi un articolo piuttosto critico nei confronti di quello che mi pareva un controsenso. Quella mia critica si basava su una ricerca che avevo fatto insieme agli studenti del corso IFTS nel quale operavo come docente. L’impressione era che il mega parcheggio che si stava realizzando non sarebbe stato utilizzato così come tutti i parcheggi scambiatori che in epoche più o meno remote sono stati fatti in questa città, se contemporaneamente non si fosse fatta una politica di disincentivo all’uso dell’auto.

Ieri c’è stato un urlato articolo sul giornale locale dove, a distanza di 11 giorni dall’inaugurazione, si metteva in evidenza il deserto presente nei nuovi mega parcheggi. C’era aspettarselo.

Però devo dire che qualche giorno fa, martedì, io ho usato quel parcheggio e l’ho trovato molto comodo. Cosa me lo ha fatto trovare comodo? Il fatto che dovessi andare a prendere il treno per andare a Firenze. Dal momento che il percorso da casa mia (8 km dalla stazione ferroviaria) non sia servito dai mezzi pubblici mi costringe ogni volta a prendere l’auto, che poi dovrei mettere in un parcheggio a pagamento prezzi non proprio popolari. O si rimane a distanza di 1 km dalla stazione, e lì effettivamente si paga meno di un euro all’ora, oppure se ci si avvicina un po’ se ne spendono come minimo 2,20 €/h. Se stai fuori tutto il giorno, dalle 8 alle 18, per dire, ti escono di tasca dai 6 ai 12 euro: un salasso, lo dovessi fare frequentemente. Invece con il nuovo parcheggio legato al PeopleMover si spendono 2,50 € per parcheggio e biglietto di andata e ritorno dal parcheggio alla stazione a condizione che la permanenza nel parcheggio sia inferiore a 18 ore. Ottimo! Se la macchinetta per pagare funzionasse anche con bancomat e/o carta di credito come in tutti i parcheggi seri, sarebbe anche meglio.

C’è un piccolo problema che vorrei fosse risolto. Il primo è che il servizio della navetta parte dalle 6 di mattina. Sabato scorso avrei voluto fare la stessa cosa di martedì, ma il mio treno per Firenze partiva alle 5:39 quindi niente navetta a disposizione. La cosa che mi dispiace è che avrebbero potuto pensare alla possibilità che questo parcheggio possa essere utilizzato non solo dai passeggeri dell’aeroporto ma anche dagli abitanti di Pisa e dintorni che devono andare a prendere il treno, magari per andare a lavorare in un’altra città. Se quel breve tratto, di poco più di un chilometro, potesse essere percorso anche a piedi su un marciapiede che corresse accanto alla linea della navetta, io non avrei problemi a posteggiare lì (prima che il servizio navetta parta), arrivare alla stazione in tempo per prendere il treno senza la necessità di entrare in città e non spendere un patrimonio per posteggiare.

Nella mia impresa voglio solo raccomandati

Non è una scherzo! Ma secondo te perché per la mia impresa io dovrei assumere una persona in base al suo curriculum. Ci sono curriculum scritti benissimo che poi rivelano delle assolute teste di cazzo e persone inaffidabili. Neppure i colloqui di un’ora riescono a farti scoprire che davvero hai davanti (o pensate che il primo abito con il quale si presenta farà il monaco?)

Io voglio persone che mi siano presentate da persone che conosco, che sono nella mia rete sociale. Se poi quello che mi viene presentato è un fannullone, un lavativo, io me la rifaccio con chi me l’ha presentato, trattandolo da testa di cazzo e certamente non considerandolo più per chiunque mi voglia domani raccomandare. Perché il problema della raccomandazione è tutto qui, nel fatto che chi raccomanda, nel nostro sistema bacato, non si prende mai la responsabilità di chi presenta. Infatti eserciti di buoni a nulla cercano sempre l’amico dell’amico per farsi raccomandare e poi nelle peste ci vanno color che si fidano e li assumono. Se invece iniziassimo ad esporre al pubblico ludibrio coloro che raccomandano persone che nemmeno conoscono ma solo per fare un favore a quello o a quell’altro, capiremmo che la raccomandazione è una cosa giusta. Quando, ormai tanti anni fa, feci richiesta di lavorare a CalTech, la persona a mandai il mio curriculum mi chiese non una, ma 3 lettere di raccomandazioni, e quando io gli presentai le mie 3 lettere mi rispose “I’m very impressed about your credentials” perché si fidava delle 3 persone che me le avevano scritte e con le quali sia io che lui eravamo in relazione.

Anche nel sistema pubblico il curriculum non vale un tubo, tanto è vero che non si viene assunti presentando quello ma superando un concorso, una prova nella quale si viene messi alla prova rispetto alle proprie competenze (e anche qui parliamone). Figuriamoci allora quanto vale il curriculum per un imprenditore privato che ci mette i suoi soldi. Vuole sapere qualcosa di più, che nei curricula, di norma, non si vede.

Ma che il curriculum non valga un granché lo dimostra anche la nostra attuale situazione politica. Ma davvero pensi che un Luigi Di Maio o un Alessandro Di Battista potrebbero diventare il Presidente del Consiglio o il Ministro di non so cosa guardando i loro curricula prima che diventassero politici di professione?. Li hai mai letti, tu che storci la bocca?

Fossi un parlamentare il vitalizio lo vorrei

Detta così fa un po’ arrabbiare, vero? Infatti non è questa la mia proposta. Però siamo in un mondo dove, e vorrei ben vedere, a tutti è data la possibilità di potersi far eleggere al ruolo di rappresentante del popolo. Se tra questi ci sono persone stipendiate, che per legge possono prendere l’aspettativa e mantenere il diritto al loro originario posto di lavoro una volta finito il mandato elettivo, non tutti sono in queste condizioni. Prendete me, per esempio. Io faccio il libero professionista. La cosa più difficile per quelli che fanno il mio lavoro non è il lavoro in se, anche se (sarcasmo on) io sono molto bravo e gli altri se lo sognano di fare le consulenze come le faccio io (sarcasmo off). La cosa più difficile è trovare i clienti, soprattutto i clienti che pagano con regolarità le fatture che emetti.

Ecco, uno come me, se si facesse eleggere ad una qualche carica, dovrebbe abbandonare per almeno cinque anni i suoi clienti faticosamente trovati e fidelizzati. Non è francamente pensabile che questi rimarrebbero cinque anni senza il loro consulente di fiducia, in balia degli eventi e degli organi di controllo. Si rivolgerebbeto ad un altro. Il dott. Altro, tra l’altro, era proprio alla ricerca di clienti. Quindi, finita l’esperienza parlamentare io, e come me tutti quelli che sono nelle mie condizioni, sarei su una strada, senza alcun diritto di reintegro nel mio posto di lavoro. Anzi no, non è proprio corretto, il mio lavoro ce l’avrei, e sono anche molto bravo (l’ho già detto?), ma dovrei rifarmi il portafoglio clienti. Mi ci votrebbe del tempo. Forse 3 o 5 anni prima di tornare al livello precedente. Chi me lo fa fare di buttarmi in politica? Ma chi glielo fa fare anche ad un giovane senza lavoro, o a un assegnata di ricerca in Università o a chiunque non abbia una lavoro stabile e stipendiato? Ritardare di altri 5 anni l’ingresso nel mondo del lavoro senza avere un qualche paracadute che lo “protegga” nel periodo immediatamente successivo alla fine del suo mandato? Una parte consistente della nostra società non avrebbe rappresentanti, persone che sappiano come gira quella parte di mondo ed illustri agli altri anche quel lato della medaglia.

Allora la mia proposta è: mettiamo un periodizio. Introduciamo un qualcosa che duri un certo periodo e non per la vita (quindi non un vitalizio). Voglio fare un esempio. Mettiamo che prima di essere eletto avessi un reddito di 100 €. Negli anni successivi a quelli del ritorno alla vita privata il sistema pubblico mi dovrebbe riconosce  quegli stessi 100 € meno quello che riuscirei a percepire dai nuovi clienti trovati. Se già il primo anno dopo la fine dell’esperienza politica riuscissi ad avere un reddito di 100 € o più, la collettività non mi dovrebbe niente in quanto le mie capacità mi avrebbero permesso immediatamente di tornare ai miei livelli di reddito precedenti all’esperienza politica. Se invece il mio reddito sarà di 60 € allora mi verranno riconosciuti 40 € per pareggiare quello che era il mio reddito precedente. Questo per un periodo massimo di tot (5?) anni. Si potrebbe anche pensare ad un sistema a scalare: 100% il primo anno, 80% il secondo, 50% il terzo, 40% il quarto e 30% il quinto. Insomma qualcosa che mi faccia dire: mi impegno a dare un contributo di competenza al mio Paese ma so che né io né la mia famiglia ci rimetterà troppo da questa scelta. Tutto questo a condizione che nei 5 anni del mandato parlamentare il professionista non continui a svolgere la sua attività professionale ma si dedichi completamente al lavoro per il quale è stato eletto.

Una cosa analoga potrebbe essere fatta per quei lavoratori dipendenti le cui aziende dovessero chiudere durante il periodo del mandato politico. Se l’azienda del lavoratore dipendente, nel periodo di permanenza in Parlamento, dovesse chiudere, al ritorno alla vita privata quella persona dovrebbe ricevere lo stesso stipendio che percepiva prima per un periodo massimo di 5 anni, a meno che nel frattempo non trovi un nuovo lavoro.

Ma si può fare di più. I parlamentari durante i loro anni a Roma versano nelle casse dell’INPS i contributi previdenziali. Riscuoteranno la pensione quando sarà il momento a condizione che rimangano in Parlamento per almeno 4 anni e 6 mesi. Ridicolo, perché altrimenti c’è la sensazione, come avviene oggi, che legislature politicamente finite possano rimanere in vita solo per la volontà di arrivare a quella scadenza. Cambiamo! Visto che ormai c’è il sistema contributivo, facciamo versare quei soldi nelle casse previdenziali alle quali siamo i parlamentari sono iscritti. Se uno è un dipendente versa all’INPS, ma se è un professionista che si permetta di versare quei contributi nella cassa previdenziale del professionista (per noi chimici si chiama EPAP, per gli ingegneri e gli architetti INARCASSA, ecc.). In questo modo, qualunque sia il periodo di permanenza negli organismi elettivi da parte dei deputati o dei senatori, nessuno perde alcunché e nessuno può pensare che quella cosa abbia dato origine ad un privilegio (ricordo che con il sistema contributivo, quando andrai in pensione, prenderai solo quello che hai versato).

Se queste cose non vengono cambiate e va avanti la deriva del sono-tutti-dei-privilegiati-mangia-pane-a-ufo, nessuno tra i professionisti avrà più voglia di farsi eleggere per dare il suo contributo, e il Paese perderà il contributo di una fetta rilevante delle intelligenze che ha.