Lo scorso 4 luglio si è tenuto presso la Fondazione Rodolfo De Benedetti un Workshop dell’Università Bocconi dal titolo Dinastie Professionali durante il quale sono stati presentati due recenti studi che hanno messo in evidenza, a detta degli autori, l’importanza dei legami familiari e come questi influenzino le barriere all’ingresso nel settore dei servizi professionali. Trovate il materiale presentato a questo indirizzo internet, e la registrazione completa dell’evento sul sito di Radio Radicale. Hanno partecipato alla Tavola Rotonda Tito Boeri, Luigi Casero, sottosegretario del Ministero dell’Economia, Pierluigi Bersani, segretario del PD e già ministro autore delle lenzuolate liberalizzatrici, Mario Monti, presidente dell’Università Bocconi ed ex Commissario Europeo alla Concorrenza. Insomma un parterre de Roi.
Più che esprimere le mie critiche ai criteri utilizzati per dimostrare la connessione parentale tra i professionisti che è stata svolta analizzando la frequenza dei cognomi presenti in una certa provincia rispetto all’elenco dei professionisti, a me preme esprimere qualche altra considerazione.
Io di mestiere faccio il libero professionista. Sono iscritto nell’Ordine dei Chimici della Toscana e sono stato recentemente eletto nel Consiglio Nazionale dei Chimici. Lo dico subito in modo da non ingannare chi legge rispetto ad una mia neutralità sull’argomento. Mio padre ha fatto per quarant’anni l’operaio, mia madre l’operaia prima e l’impiegata negli ultimi anni di carriera. Quindi non ho potuto seguire corsie preferenziali per l’accesso alla professione.
Nella mia carriera le barriere all’accesso non sono state causate dalla necessità di dover superare un esame di Stato (per i Chimici non è al momento previsto il praticantato), oppure il fatto che la norma imponesse delle tariffe minime da praticare. La barriera principale è stata quella di trovare i clienti! Hanno ragione Giovanni Pica e Michele Pellizzari a dire che il fatto di avere un genitore che ha “aperto la strada” certamente facilita enormemente il giovane professionista di famiglia che sfrutta una rete di contatti già ben rodata. Confermo, per me è stato difficile. Io sono un caso di “mobilità sociale” riuscita, ma ci sono tanti esempi di insuccesso.
Ora però chiedo a chi ha studiato le dinastie professionali di fare uno studio altrettanto scientifico nel campo del commercio, dell’artigianato o dell’industria. È più facile diventare industriale o commerciante per il figlio di un industriale/commerciante o per il figlio di un non industriale/non commerciante? Guardate tra le persone che conoscete voi. Come stanno le cose?
È il vecchio problema del familismo di cui scrive Paul Ginzborg nei suoi libri (L’Italia del Tempo Presente).
La Confindustria spinge per ridurre i costi che renderebbero l’industria italiana poco competitiva. Tra questi costi un posto rilevante lo hanno le attività professionali. Quindi “riformiamo” il sistema professionale. Per rendere il tutto digeribile all’opinione pubblica ed ai partiti dicono di farlo per garantire un futuro migliore ai giovani. Ma il loro unico obiettivo è quello di abbassare i costi. Abbassiamo i costi e l’economia italiana ripartirà. Mi spiace non è così. Avete anche voi le vostre responsabilità. Troppo facile pensare che siano sempre gli altri i responsabili delle proprie inefficienze.
Fino a che il panorama produttivo italiano sarà caratterizzato per il 90% da microimprese a conduzione familiare, fino a che chi produce continuerà a pensare al suo piccolo orto senza allargare i suoi orizzonti alla formazione di un sistema produttivo nazionale ed a costruire un sistema nel quale ci si mette insieme per produrre ricchezza saremo bloccati nell’immobilismo che ci contraddistingue negli ultimi decenni. C’è necessità di investire nella ricerca per produrre soluzioni nuove ed innovative. Il nostro non può essere il mondo che produce gli ombrelli, ma che produce un disco-rotante-autoorientante-para-pioggia (superpippo aveva una gran fantasia). Per la ricerca occorrono investimenti, cosa che la micro impresa italiana non può permettersi se non trova il sostegno dello Stato e delle banche e soprattutto se non trova il modo di fare rete ed uscire dal giogo del tutto in famiglia.
E conterà qualcosa il fatto che non sempre i figli sono all’altezza imprenditoriale dei padri? Quale norma mettono in campo i nostri super-capaci riformatori per facilitare la mobilità sociale e fare in modo che il figlio dell’operaio diventi l’imprenditore di quella stessa impresa? Perché che il figlio dell’imprenditore lavori come operaio nella stessa impresa non viene preso neppure in considerazione.
I professionisti possono avere un ruolo, si può facilitare l’accesso alla professione, abolire i minimi tariffari e tutte le contraddittive proposte che vengono fatte. Ma non venite a dirci che l’economia italiana ripartirà con la riforma delle professioni, perchè non è lì la strozzatura che attanaglia l’economia italiana.